APERTURA

Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello prima del voto

L’iniziativa era attesa, ma la sua tempistica non poteva essere più scomoda. Il deposito della bozza di nuova legge elettorale da parte della maggioranza ha riaperto il fronte istituzionale in un momento delicato per il governo, impegnato a contenere i danni sul referendum che riguarda la separazione delle carriere dei magistrati. Per il cosiddetto “campo largo” delle opposizioni, tuttavia, l’accelerazione non è solo un problema di calendario. È, piuttosto, una questione di sostanza politica che rischia di far implodere un equilibrio già precario, costruito faticosamente dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

Un meccanismo che obbliga alla scelta

La reazione del centrosinistra è stata immediata e si è articolata su due piani distinti. Il primo è quello della polemica politica contingente. Elly Schlein, dopo aver consultato i suoi, ha puntato il dito contro il merito del provvedimento: premi di maggioranza troppo alti che, a suo dire, rischierebbero di consegnare al vincitore anche l’elezione solitaria del presidente della Repubblica. Un attacco frontale, condiviso da Alleanza Verdi e Sinistra. Nicola Fratoianni parla di un “tentativo bislacco” per distogliere l’attenzione dal referendum, mentre Angelo Bonelli legge nella mossa il nervosismo di una maggioranza che teme una sconfitta sulla giustizia. Più duro Francesco Boccia, che vede un disegno unitario: un’ossessione autoritaria del potere che si manifesta con l’autonomia differenziata, le riforme sulla giustizia e, ora, questa legge elettorale.

Il secondo piano, però, è quello strategico ed è di gran lunga più spinoso per le opposizioni. La norma che impone di indicare il capo della coalizione prima del voto, infatti, rende improrogabile una discussione che fino a ieri si poteva rimandare. Nel “campo largo” si erano abituati a convivere con leader differenti e linee programmatiche divergenti su temi cruciali come il riarmo europeo o la politica internazionale. La nuova legge li costringe invece a trovare un nome e un programma comune prima di andare alle urne.

L’incognita delle primarie e la frammentazione

La questione apre immediatamente uno scenario complesso. La strada delle primarie di coalizione, ipotizzata dal pentastellato Stefano Patuanelli, sembra a molti la più lineare. Ma è anche la più rischiosa. In passato, i gazebo hanno spesso rappresentato una formale investitura di un leader già riconosciuto. Oggi, con Elly Schlein, Giuseppe Conte e possibili candidati di un’area centrista (si fa il nome di Silvia Salis) pronti a scendere in campo, il voto popolare potrebbe trasformarsi in un’acrobazia senza rete, con esiti imprevedibili e il concreto pericolo di lacerazioni difficili da ricucire. Goffredo Bettini, nelle scorse settimane, aveva minimizzato il rischio, ma l’ipotesi di uno scontro diretto tra i big della coalizione è tutt’altro che remota.

C’è poi il fronte esterno. Carlo Calenda ha già fatto sapere che, con questa legge, Azione correrà da sola con una proposta di centro, pragmatica e riformista. Una decisione che di fatto riduce ulteriormente lo spazio per un’alleanza ampia e che complica i piani di chi, nel Partito Democratico e non solo, sperava in un “federatore” esterno ai partiti. Matteo Renzi, dal canto suo, ironizza: “Giorgia, sei sicura che non ci siano temi più importanti per i cittadini?”.

L’effetto Conte e il nodo dei contenuti

Se il Partito Democratico e Avs si concentrano sulla legge, il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte mantiene un profilo diverso. L’ex presidente del Consiglio preferisce non addentrarsi nel merito della bozza, ma riporta la discussione sul terreno sociale e giudiziario. Il suo è un attacco al governo per ciò che non fa: la tutela dei rider sfruttati, il sostegno ai giovani sottopagati. Una linea che, se da un lato gli consente di marcare la propria identità, dall’altro allontana il momento di una sintesi programmatica con gli alleati.

Alla fine, l’impressione è che la mossa di Giorgia Meloni abbia centrato l’obiettivo. Non solo ha spostato l’attenzione dai guai della maggioranza sul referendum, ma ha innestato una miccia sotto il già traballante edificio delle opposizioni. Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo. E per farlo, dovrà fare i conti con le proprie divisioni, molto prima del voto.

Pubblicato da
Eleonora Fabbri