Il Belgio rompe un tabù europeo, l’Ue si spacca sull’energia russa. Tajani: sanzioni finché c’è guerra
Il premier belga vuole trattare con Putin per riportare il gas russo in Europa. Bruxelles dice no. Roma dice no, per ora. Ma i Ventisette sono spaccati, e il tabù è ormai rotto.
L’Europa è divisa sull’energia russa, e non è una novità. Ma in questi giorni la frattura è diventata visibile, esplicita, imbarazzante. Da un lato il premier belga Bart De Wever, che sabato ha chiesto all’Unione di aprire un negoziato con Mosca per ridurre i costi energetici, sostenendo che la strategia del doppio binario — armi all’Ucraina e pressione economica sulla Russia — è diventata insostenibile senza Washington.
Dall’altro la Commissione europea, che ha risposto con una chiusura netta: nemmeno una molecola di gas russo entrerà più in Europa. In mezzo, i governi nazionali, con posizioni che vanno dall’apertura prudente al rifiuto categorico. L’Italia sceglie la linea delle sanzioni, ma lascia aperto uno spiraglio per il dopoguerra. Lo Stretto di Hormuz rimane una variabile silenziosa sullo sfondo, monitorata dal Qatar.
De Wever rompe un tabù europeo
Il primo ministro belga non ha usato mezze misure. Sabato ha dichiarato apertamente che l’Europa deve trovare un accordo con la Russia non solo per porre fine alla guerra, ma anche per recuperare l’accesso all’energia a basso costo. Ha aggiunto che molti leader europei la pensano come lui, ma nessuno osa dirlo pubblicamente. Una rottura del codice diplomatico che ha avuto l’effetto di una pietra lanciata in uno stagno.
La sua tesi è semplice: la duplice strategia europea — supporto militare a Kiev e soffocamento dell’economia russa — è diventata impraticabile senza il sostegno degli Stati Uniti. Dunque, rimane una sola via percorribile: trattare. De Wever non esclude il riarmo né il dispiegamento di truppe ai confini orientali; anzi, li considera necessari. Ma li abbina alla normalizzazione delle relazioni con Mosca. “È una questione di buon senso”, ha detto. Una formula che, nella sua apparente pragmaticità, contiene una resa implicita che molti capitali europei non sono disposti ad accettare.
La Commissione taglia corto: mai più gas da Mosca
La risposta di Bruxelles è arrivata puntuale, prima ancora dell’apertura del Consiglio dei ministri dell’Energia. Il commissario all’Energia Dan Jorgensen ha dichiarato che ripetere le scelte del passato sarebbe un errore, e ha ricordato che l’Unione europea ha già adottato una legge che vieta le importazioni di gas russo a partire dalla fine del 2027. La Commissione sta inoltre elaborando una proposta analoga per il petrolio. La linea è quella della separazione definitiva dalla dipendenza energetica da Mosca, non per ragioni di costo o di opportunità, ma per una scelta politica strutturale.
Jorgensen ha invocato anche la dimensione etica del problema: finanziare indirettamente la guerra attraverso l’acquisto di idrocarburi russi è incompatibile con la posizione dell’Unione. L’Europa, ha sostenuto, è stata per troppo tempo vulnerabile alle pressioni di Vladimir Putin proprio perché dipendente dalle sue forniture energetiche. Tornare indietro, anche parzialmente, significherebbe riconsegnare a Mosca uno strumento di ricatto già usato contro i Ventisette.
Inoltre, ha aggiunto Joergensen, “la Commissione europea intende formulare una proposta per mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia”. “Come sapete, al momento ci sono sanzioni e ci sono due paesi che hanno deroghe. Formuleremo una proposta per cambiare questo.
Tutti i paesi devono prepararsi per questa situazione – ha concluso il Commissario europeo all’Energia,-. In futuro non vogliamo comprare energia dalla Russia”.
L’Italia: sanzioni finché dura la guerra
A Bruxelles, a margine del Consiglio Esteri, Antonio Tajani ha preso le distanze dalla proposta di De Wever con toni misurati ma inequivocabili. L’Italia è per le sanzioni. Le sanzioni restano in vigore finché la guerra non sarà conclusa. Non c’è spazio, nella fase attuale, per atteggiamenti remissivi nei confronti della Federazione Russa.
Tajani ha però distinto con cura due piani temporali. Nel presente: nessuna modifica alla posizione italiana, nessuna apertura a trattative che non siano condizionate alla cessazione delle ostilità. Per il futuro: tutto è aperto, ma nulla è già deciso. “Vedremo quali saranno le condizioni”, ha risposto alla domanda diretta su un’eventuale ripresa delle importazioni di petrolio e gas dopo la pace. Una risposta che non chiude alcuna porta, ma non ne apre nemmeno.
Il ministro ha ribadito che le sanzioni sono uno strumento collettivo dell’Unione europea — non dei singoli Stati — e che solo l’Europa può revocarle, una volta raggiunto un cessate il fuoco. Ha anche sottolineato che l’Italia non ha rotto le relazioni diplomatiche con Mosca, e che la Russia rimane un interlocutore inevitabile nel lungo periodo. Ma ha tenuto fermo il punto: la Russia ha torto. E la condanna per l’aggressione all’Ucraina non è negoziabile.
Un’Europa a geometria variabile
Il quadro complessivo è quello di un’Unione che naviga a vista in una crisi che la supera. Francia, Italia e Ungheria hanno manifestato, in forme diverse, interesse per colloqui diretti con Mosca. Polonia e Stati baltici si oppongono con la stessa fermezza con cui rifiutano qualsiasi forma di compromesso territoriale sull’Ucraina. De Wever ha trasformato in dichiarazione pubblica ciò che fino a ieri circolava solo nei corridoi.
Sullo sfondo, il Qatar continua la sua opera silenziosa di mediazione per tenere aperto lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio. Le quantità di greggio attualmente esportate attraverso lo stretto sono scese a meno del 10% dei livelli prebellici, secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia. Un indicatore che misura, in barili, la profondità della crisi in corso.
