Riforma elettorale, lo Stabilicum divide la politica: centrodestra apre, l’opposizione alza il muro
Non bastano le telefonate a costruire un tavolo. Il centrodestra ha provato ad aprire un canale diretto con le opposizioni sulla riforma elettorale, ma l’iniziativa – nata da un vertice a Palazzo Chigi lunedì – si è dissolta nel giro di un pomeriggio. Il Pd pone condizioni: ritiro del premierato e del disegno di legge stesso. Condizioni che il centrodestra non è in grado di accettare.
La strategia dei capigruppo
La regia è concordata in una riunione pomeridiana dei capigruppo di maggioranza: ciascuno si assegna un interlocutore nell’opposizione. A Galeazzo Bignami di Fratelli d’Italia tocca Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera. La risposta del pentastellato è netta: “la sede per discutere la legge elettorale è quella della commissione Affari Costituzionali”.
Non va meglio a Enrico Costa di Forza Italia, che contatta Luana Zanella di Avs – per quella che la capogruppo verde definisce “un abboccamento poco convinto” – e Riccardo Magi di Più Europa, ancora più diretto: “Ormai si discute in commissione, se avessero voluto un confronto avrebbero dovuto avviarlo prima”. Chiara Braga del Pd, dopo il contatto con Riccardo Molinari della Lega, chiude con un siluro politico: “Ci aspettavamo la convocazione su salari, lavoro, costo della vita, liste d’attesa”.
La maggioranza apre sui seggi
Parallelamente, in Prima commissione proseguono le audizioni sulla riforma. E qui il centrodestra mostra una flessibilità assente nel confronto politico. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi, apre esplicitamente: “Siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c’è un pacchetto chiuso. Ascolteremo le proposte. Siamo pronti a riflettere anche sul tetto massimo di seggi”.
Il riferimento è al tetto di 230 deputati previsto dalla proposta di legge. Donzelli lascia intendere che si potrebbe ridurlo, pur segnalando una complicazione tecnica al Senato: dopo la riduzione a 200 senatori, un eventuale abbassamento della soglia di maggioranza rischia di compromettere la governabilità quotidiana. L’ipotesi che circola è una doppia soglia differenziata tra Camera e Senato: tetto invariato a Palazzo Madama, ridotto invece a Montecitorio.
Roberto D’Alimonte, professore di sistemi politici alla Luiss, non respinge l’impianto complessivo della riforma. La definisce non “la migliore possibile” ma un passo avanti rispetto al Rosatellum sul fronte della stabilità. Propone di abbassare il tetto massimo a 220 o addirittura 215 deputati. Su un punto, però, il consenso tra gli esperti è unanime: i listini bloccati vanno eliminati. Stefano Ceccanti, Luciano Violante e gli altri auditi convergono – chi sulle preferenze, chi sui collegi uninominali, chi su formule miste – nel ritenere quella parte della legge insostenibile.
Il nodo del premierato
Il professor Massimo Villone, tra i firmatari dell’appello dei costituzionalisti contro la riforma, aggiunge una considerazione che suona come una previsione: la legge proposta dalla maggioranza “impatta fortemente sul centrodestra” stesso, portando “un vantaggio considerevole per Fdi e un danno altrettanto considerevole in particolare per la Lega e anche per Fi seppure in misura inferiore”. Per questa ragione, conclude, “è molto improbabile che lo Stabilicum veda la luce così com’è”.
Nel centrosinistra la posizione è però più radicale di una semplice critica tecnica. Francesco Boccia, capogruppo Pd al Senato, è diretto: “Con chi mantiene sul tavolo il premierato non abbiamo nulla da discutere”. Il nodo, insiste Magi di Più Europa, è reale: “Sul tavolo c’è ancora il premierato su cui non più tardi di due giorni fa la ministra Casellati ha ribadito la volontà politica di andare avanti nonostante i tempi tecnici ristretti”.
Un parlamentare democratico che segue da vicino il dossier è ancora più esplicito: “Ma perché dovremmo togliergli le castagne dal fuoco? Non sono d’accordo nemmeno tra di loro e noi dovremmo metterci a discutere di cosa? Se vogliono davvero il confronto ritirino il premierato e il ddl sulla legge elettorale”.
Condizioni difficilmente accettabili per il centrodestra. E così il tavolo sulla legge elettorale resta deserto, mentre l’opposizione torna a battere sul tasto della crisi economica. Giuseppe Conte: “Si occupano di legge elettorale per provare in tutti i modi a vincere dopo la batosta del referendum. Intanto rincari fuori controllo a carico di famiglie e imprese, tre anni di crollo della produzione industriale”.
Nicola Fratoianni sintetizza: “Possibile che a Giorgia Meloni non venga in mente di fare un provvedimento per alzare i salari, per risolvere i problemi delle famiglie? No, fare la legge elettorale è la loro priorità”. Il centrosinistra, reduce dalla vittoria referendaria, è convinto che forzare anche sul fronte elettorale produrrebbe la stessa reazione tra gli elettori. Per ora, il dialogo non esiste.
