L’ultimatum di Trump e il tavolo segreto di Islamabad: il duello negoziale che può decidere la fine della guerra entro il 9 aprile
Un faccia a faccia imminente tra emissari americani e il potente presidente del Parlamento iraniano, mediato da Pakistan, Egitto e Turchia, tenta di scongiurare una crisi energetica globale mentre Teheran smentisce e il regime si spacca.
Donal Trump
Un negoziato ad altissimo rischio, tenuto nascosto tra le pieghe della diplomazia pakistana, tenta di disinnescare la miccia accesa sullo Stretto di Hormuz. Mentre Washington sospende i bombardamenti e Teheran smentisce ufficialmente ogni contatto, i protagonisti della partita – l’inviato speciale Steve Witkoff e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf – si preparano a sedersi allo stesso tavolo. Ma la strada per la riapertura del Golfo è minata da giochi di potere interni al regime, dalla minaccia concreta di nuovi pedaggi di guerra e da una flotta internazionale che si prepara a bonificare le rotte con droni subacquei.
I cinque giorni di tregua e il nodo Hormuz
La prima conseguenza della svolta diplomatica è un silenzio assordante. I raid annunciati sugli impianti elettrici e le infrastrutture energetiche dell’Iran sono stati congelati per almeno cinque giorni. Donald Trump aveva pronto l’ordine per farli partire già nella notte, dopo la scadenza dell’ultimatum sulla riapertura dello Stretto. Ora il tempo è sospeso, in attesa di un faccia a faccia decisivo a Islamabad.
Il Pakistan non è un ospite casuale. Insieme a Egitto e Turchia, rappresenta il perno della mediazione tra Washington e Teheran. Secondo fonti di Reuters e le rivelazioni del giornalista Barak Ravid (Axios), il tavolo vedrà la presenza degli uomini chiave dell’amministrazione Trump per il Medioriente: Steve Witkoff e Jared Kushner. L’ombra del vicepresidente JD Vance aleggia sulla delegazione.
Per l’Iran, il volto dell’interlocutore è Mohammad Bagher Ghalibaf, 64 anni, presidente del Parlamento di Teheran. Un profilo laico ma pesantissimo: ex comandante dei Pasdaran, quattro volte candidato alla presidenza, per dodici anni sindaco della capitale, uomo della ricostruzione dopo la guerra con l’Iraq. La sua figura è ideale per cucire il consenso tra potere legislativo, militare e imprenditoriale. Eppure, Ghalibaf smentisce. I media israeliani e statunitensi lo indicano come il referente del regime, ma lui nega. Non è difficile capirne la ragione: la trattativa sarà indigesta a frange consistenti del sistema di potere. Per chi si espone, i rischi sono altissimi.
Il cronoprogramma e la scomparsa della Guida
C’è anche una data sullo sfondo. Secondo il sito israeliano Ynet, l’obiettivo è chiudere il conflitto entro il 9 aprile. Il calcolo è preciso: consentire a Donald Trump di ritirare il “premio Israele” in tempo per la Festa dell’Indipendenza, il 22 aprile, lasciando tre settimane di margine tra l’accordo e le celebrazioni. Un lasso di tempo utile per gestire eventuali scossoni sul campo.
Ma il dado non è tratto. Teheran nega ufficialmente, ma fonti interne al regime confermano i contatti. L’elemento di maggiore incertezza, però, viene da più alto. Per il Washington Post, la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, è “isolato e non risponde ai messaggi”. Un vuoto di vertice che Trump ha già cavalcato, parlando apertamente di “cambio di regime” e spiegando di non poter trattare con chi non si vede: “Non è reperibile, nessuno sa cosa gli sia successo. Non l’hanno mai visto e c’è qualcosa che non torna”.
La minaccia dei pedaggi e la missione britannica
Mentre la diplomazia lavora sottotraccia, il terreno resta infuocato. La tensione nello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale – ha già prodotto conseguenze durissime sui mercati. Il governo britannico si prepara a schierare la Royal Navy nel cuore pulsante del commercio globale. Il Times rivela che funzionari della Difesa del Regno Unito stanno valutando l’invio di una “nave madre” capace di trasportare droni sottomarini specializzati nella ricerca e distruzione di mine. L’operazione, che coinvolgerà Stati Uniti, Francia e altri alleati, risponde alla tattica asimmetrica iraniana: disseminare ordigni per paralizzare le rotte senza attacchi convenzionali.
Parallelamente alla minaccia bellica, emerge una leva economica inquietante. Bloomberg riporta indiscrezioni secondo cui l’Iran avrebbe iniziato a esigere “pedaggi di transito” informali. Le cifre sono astronomiche: fino a 2 milioni di dollari per singolo viaggio. Il sistema appare arbitrario, privo di regole chiare su valuta o modalità di pagamento, ma alcune imbarcazioni avrebbero già ceduto per evitare sequestri. La risposta di Teheran è stata immediata e categorica. L’ambasciata in India ha affidato ai social la propria difesa: “Tali affermazioni sono infondate”. Un tentativo di arginare il danno reputazionale che non cancella però il clima di incertezza totale per gli armatori.
L’Europa aspetta e il Golfo preme
In questo scenario, la linea dell’Unione Europea è dettata dalla prudenza strategica. Ursula von der Leyen ha fatto sapere che Bruxelles potrà prendere in considerazione il dispiegamento di una missione marittima nello Stretto esclusivamente al termine delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran. Ogni iniziativa sarà subordinata a una preventiva de-escalation e al ripristino di condizioni di sicurezza. Una scelta che di fatto congela l’azione europea finché i colpi di scena diplomatici non avranno un epilogo.
Più ambigua, e potenzialmente esplosiva, è la posizione dei Paesi del Golfo. Ufficialmente, le monarchie arabe negano di voler partecipare ad attacchi contro l’Iran o autorizzare l’uso del proprio spazio aereo. Ma video verificati da Storyful indicherebbero che alcuni lanci di missili terra-terra contro l’Iran sono partiti dal Bahrein. A spingere verso una postura più aggressiva non sono solo gli attacchi subiti, ma il timore che Teheran possa consolidare una leva strategica stabile sullo Stretto.
Fonti arabe riferiscono che l’Iran avrebbe già notificato l’intenzione di rivendicare un ruolo nello Stretto dopo la guerra, imponendo pedaggi sul modello del Canale di Suez. Una prospettiva inaccettabile per sauditi ed emiratini, già colpiti economicamente e fisicamente. I leader della regione starebbero quindi premendo sull’amministrazione Trump affinché porti fino in fondo l’offensiva, neutralizzando le capacità militari iraniane prima di aprire la strada a un cessate il fuoco. La convinzione è diffusa che le garanzie di sicurezza statunitensi e il dialogo con Teheran non bastino più a proteggerle. Uno scenario che, se dovesse concretizzarsi, configurerebbe un ulteriore e imprevedibile stravolgimento in tutto il Medio Oriente.
