Giorgia Meloni e sullo sfondo Donald Trump
Una reazione netta, a caldo, dopo oltre un giorno di silenzio imbarazzato. Il governo italiano replica, attraverso una dichiarazione ufficiale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alle parole di Donald Trump sugli alleati Nato in Afghanistan. Parole giudicate “inaccettabili” da Palazzo Chigi, che ha scelto di mettere nero su bianco il proprio “stupore” e una ferma difesa del contributo italiano, pagato con il sangue di 53 militari. Una mossa obbligata, per un esecutivo che fino a pochi giorni fa sponsorizzava la candidatura dello stesso Trump al Nobel per la Pace e che ora si trova a dover gestire l’ira delle opposizioni per un presunto atteggiamento di subalternità.
La nota di Meloni, diffusa nel pomeriggio, non usa giri di parole. “Il Governo italiano ha appreso con stupore le dichiarazioni del Presidente Trump secondo cui gli alleati della NATO sarebbero ‘rimasti indietro’ durante le operazioni in Afghanistan”. Un’affermazione che, scrive la premier, “minimizza il contributo dei Paesi NATO” e che non può passare inosservata. La replica si trasforma in una lezione di storia e di alleanza. Meloni ricorda l’attivazione dell’Articolo 5 dopo l’11 settembre 2001, “un atto di solidarietà straordinario”, e il ruolo dell’Italia che assunse la guida del Regional Command West. E soprattutto elenca il prezzo pagato: “53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti”. Un sacrificio che, sottolinea, “non si può mettere in dubbio”. Il messaggio è chiaro: l’amicizia italo-americana, “fondata sulla comunanza di valori”, ha bisogno di “rispetto”.
La reazione istituzionale non si ferma alla nota. Lunedì il ministro della Difesa, Guido Crosetto, invierà una lettera formale sia al segretario alla Difesa americano Pete Hegseth che al segretario generale della Nato, Mark Rutte. Un passaggio diplomatico necessario per depositare ufficialmente la protesta italiana. Nel frattempo, dall’entourage di Trump è arrivata una parziale retromarcia, ma limitata esclusivamente ai militari britannici, dopo le dure proteste del premier laburista Keir Starmer. Nessun cenno di scuse pubbliche o di correzione riguardo all’Italia o agli altri alleati. Un silenzio che lascia intendere come la posizione del tycoon non sia realmente mutata.
L’episodio rischia di creare una crepa, seppur temporanea, in un rapporto solitamente molto stretto. Meloni, nel testo, cerca di bilanciare la fermezza con la necessità di preservare l’alleanza: “La collaborazione storica è ancora più necessaria di fronte alle molte sfde in atto”. Tuttavia, il tono usato segna una distanza inedita con l’ex e possibile futuro inquilino della Casa Bianca, evidenziando la difficoltà di conciliare il sostegno politico a Trump con la difesa dell’onore nazionale quando questo viene messo in discussione.
Il lungo silenzio iniziale del governo è stato il carburante per l’attacco dell’intero arco dell’opposizione. La critica è trasversale e punta il dito sull’ambiguità di un esecutivo prima osannante e poi costretto a sconfessare lo stesso personaggio. Matteo Renzi, sui social, storna l’attenzione sul ritardo della replica: “Dopo 36 ore anche Giorgia Meloni ha capito… Ultima a parlare ma meglio tardi che mai. Viva le donne e gli uomini che difendono l’Italia con il coraggio che la Premier purtroppo non ha”. Una stoccata che mira a delegittimare la tempestività della leader di Fratelli d’Italia.
Ancora più duro l’attacco dalla sinistra. Angelo Bonelli (Avs) parla di “solito, ipocrita gioco delle parti”: “Prima si chiede il Premio Nobel per la Pace per Trump, poi ci si scandalizza quando Trump insulta gli alleati”. Per Giuseppe Conte (M5S) il governo ha agito solo perché “il disonore era così forte che non poteva tacere oltre”. La segretaria del Pd Elly Schlein, pur criticando Trump, allarga il tiro alle recenti violenze dell’ICE negli Usa: “Come si può candidare al Nobel l’uomo responsabile di tutto questo?”. Un coro che accusa Meloni di aver sottovalutato, nella ricerca di un asse privilegiato, la protezione della dignità nazionale.
L’incidente diplomatico va ben oltre una singola dichiarazione da rettificare. Solleva questioni profonde sulla coerenza e l’autonomia della linea di politica estera dell’esecutivo. La subalternità agli Stati Uniti è un’accusa che l’opposizione avanza da mesi, e questo episodio le fornisce un potente argomento a sostegno. La sequenza è imbarazzante: la proposta del Nobel, il silenzio sulle prime esternazioni, la replica doverosa ma tardiva. Una regia che appare poco chiara e reattiva più che proattiva.
Il rischio per Meloni è di uscire indebolita sia sul fronte interno, dove appare in balia degli umori di un alleato volatile, sia su quello internazionale, dove l’immagine di una premier ferma potrebbe essere offuscata dall’impressione di un allineamento acritico solo parzialmente corretto. La lettera di Crosetto alla Nato sarà un test per misurare la solidità della posizione italiana nella Alleanza dopo questa bufera. La sfida ora è chiudere la polemica senza che restino strascichi permanenti nel rapporto con Washington, ma avendo dimostrato, almeno sulla carta, che certi limiti non sono valicabili. Neppure da un amico.