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“Meloni è una bella donna”, Calenda rompe il tabù del complimento

Un complimento, apparentemente innocuo, finisce per accendere un dibattito che va ben oltre la battuta radiofonica. Carlo Calenda, ospite di una trasmissione goliardica, elogia l’aspetto fisico della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Succede in radio, davanti a un pubblico abituato ai toni leggeri. Ma la frase rimbalza sui social e diventa materia politica. Perché quando il corpo entra nel discorso pubblico che riguarda il capo del governo, il confine tra leggerezza e scivolone è sempre sottile.

Il punto non è il complimento in sé, ma il contesto e il destinatario. Meloni non è una showgirl né una figura pubblica qualunque: è la donna che guida Palazzo Chigi. E allora la domanda torna puntuale: si può parlare dell’aspetto fisico di una premier senza sminuirne il ruolo? O si finisce, anche involontariamente, per ridurre l’azione politica a una questione estetica?

Tra parità di genere e doppi standard

Il paragone viene spontaneo. A quanti presidenti del Consiglio uomini è stato mai detto pubblicamente che erano “in forma”? Berlusconi, Renzi, Gentiloni, Conte: nessuno ricorda commenti simili finire al centro del dibattito. È questo il nodo che divide. Per alcuni, il complimento è un segnale di normalità, per altri l’ennesima prova di un doppio standard che colpisce le donne al potere.

Calenda, liberale e poco incline all’autocensura, non ha mostrato timori. Alla domanda diretta su quale donna trovi bella ultimamente, risponde senza esitazioni: “In questo momento Giorgia Meloni è in forma, la trovo una bella donna”. Poi la precisazione, quasi difensiva: “Non sto dicendo che mi piaccia o altro, è il presidente del Consiglio, le ho fatto solo un complimento”.

Una cautela che non basta a spegnere le polemiche. Perché la politica, soprattutto quando tocca i temi del genere, non vive mai di sole intenzioni. Vive di percezioni, simboli, precedenti.

Il corpo femminile nella sfera pubblica

Giorgia Meloni conosce bene questo terreno scivoloso. In più occasioni ha respinto letture che riducevano il suo successo a fattori estetici. Circola ancora un video di un comizio in Puglia in cui attacca un “intellettuale da salotto” che aveva attribuito la sua affermazione elettorale a un trucco ben fatto. “Mi trucco da sola e manco così bene”, sbotta dal palco, denunciando la superficialità di certe analisi.

Eppure i commenti sull’aspetto continuano ad accompagnarla. Il più celebre resta quello di Donald Trump, al termine del vertice di Sharm el Sheikh. “Non ti offendi se ti dico che sei bella, vero?”, le chiede davanti alle telecamere. Meloni incassa con un sorriso, forse non privo di imbarazzo. Trump, fedele al suo stile, chiude con una battuta: “Negli Stati Uniti, se dici ‘bella’ a una donna, la tua carriera politica è finita”. Parole che, paradossalmente, rendono ancora più evidente la differenza culturale e il peso del tema.

Tempismo politico e retroscena personali

C’è poi chi legge il complimento di Calenda in chiave politica. Il tempismo non passa inosservato: arriva mentre si parla di un dialogo più stretto tra Azione e Forza Italia e mentre il leader centrista mantiene un’interlocuzione costante con il governo. Coincidenza o segnale? Difficile dirlo. Calenda, del resto, non ha mai nascosto di confrontarsi con Meloni sui dossier, pur restando all’opposizione.

La spiegazione potrebbe essere anche più semplice e personale. A suggerirlo è stata, con tono ironico, la moglie di Calenda, Violante Guidotti Bentivoglio. In un siparietto radiofonico diventato virale, ha raccontato che il marito avrebbe “un po’ un debole” per la premier, inteso come affinità caratteriale. Poi la stoccata finale: “Ultimamente sgalletti più del solito”. La replica di lui, da copione: “Ma che sei matta?”.

Quando una battuta diventa fatto politico

Resta il dato di fondo: in Italia, il corpo di una donna al potere continua a essere un campo minato. Ogni parola viene pesata, interpretata, rilanciata. Anche una battuta da radio può trasformarsi in un caso nazionale. Non perché sia grave in sé, ma perché rivela quanto il dibattito sulla parità sia ancora irrisolto.

Il complimento di Calenda non cambierà i rapporti di forza né l’agenda del governo. Ma ha avuto il merito, forse involontario, di riaccendere una discussione che accompagna da sempre le donne nelle stanze del potere: quella tra essere giudicate per ciò che fanno o per ciò che appaiono. Una linea sottile, che la politica italiana non ha ancora imparato a tracciare con chiarezza.

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Redazione