Meloni nel Golfo, la prima leader europea dopo gli attacchi: energia, difesa e diplomazia in tre tappe
La presidente del Consiglio completa il suo blitz tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti portando un messaggio di solidarietà ai partner colpiti dagli attacchi iraniani e trattando la sicurezza degli approvvigionamenti energetici italiani, con il 15% del petrolio e il 10% del gas che arrivano da quella regione.
Giorgia Meloni ha concluso il suo tour lampo nel Golfo Persico — tre Paesi, due giorni, un messaggio politico netto — diventando il primo capo di governo europeo e Nato a visitare l’area dopo l’escalation militare innescata dagli attacchi americano-israeliani all’Iran. Sul tavolo: la tenuta degli approvvigionamenti energetici italiani, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il consolidamento di partnership strategiche costruite negli anni, ora messe alla prova da una crisi regionale che rischia di tradursi in bollette più care e forniture più incerte per famiglie e imprese.
La missione: solidarietà e interessi nazionali
“Non sono qui per chiedere, ma per offrire sostegno”. La precisazione, filtrata da fonti di Palazzo Chigi, vale come dichiarazione di metodo. Meloni ha voluto inquadrare il viaggio non come una corsa ai ripari energetici — “non c’è una situazione emergenziale paragonabile a quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina”, tengono a precisare le stesse fonti — ma come un investimento politico su rapporti costruiti nel tempo. La premier era stata ospite d’onore del Consiglio di cooperazione del Golfo a Manama già nel dicembre scorso, ben prima che la crisi attuale precipitasse. Il blitz di questi giorni è la continuazione logica di quella traiettoria.
I numeri, però, raccontano anche altro. Dal Golfo proviene circa il 15% delle forniture italiane di petrolio e il 10% di quelle di gas. Il solo Qatar copre un decimo dell’intero fabbisogno nazionale di gas. L’interscambio commerciale con l’area supera i 30 miliardi di euro, di cui oltre 20 di export. In questo contesto, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz non è una formula diplomatica: è una condizione di sopravvivenza economica.
Gedda: bin Salman tra pace e forniture
Prima tappa a Gedda, dove Meloni è stata ricevuta dal principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman. Il colloquio ha toccato tre assi distinti. Il primo: la dimensione militare, con la conferma della disponibilità italiana a valutare nuove richieste di materiale bellico, a condizione che abbia natura esclusivamente difensiva. Il secondo: la questione energetica, con l’obiettivo di garantire forniture stabili e limitare le ricadute della crisi su imprese e consumatori italiani. Il terzo: la cornice più ampia del partenariato strategico siglato ad Al-Ula nel gennaio 2025, che i due leader hanno concordato di rafforzare ulteriormente su economia, investimenti, infrastrutture e difesa.
Hormuz è stato al centro della conversazione. Roma conferma la propria posizione: qualsiasi partecipazione italiana a operazioni di sicurezza navale nello Stretto sarà valutata solo in presenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e nell’ambito di un cessate il fuoco in vigore. Una linea prudente, che tiene l’Italia al riparo da impegni militari unilaterali, ma che non chiude la porta a un contributo futuro in un quadro multilaterale.
Doha: gas, ricostruzione e migranti
A Doha, l’incontro con l’emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani ha aperto un capitolo più ampio. Meloni ha ringraziato il Qatar per l’assistenza nell’evacuazione dei cittadini italiani all’inizio del conflitto, poi ha assicurato la disponibilità italiana a contribuire alla “riabilitazione delle infrastrutture energetiche qatarine”, con un riferimento esplicito alle eccellenze del sistema produttivo nazionale. È un’apertura concreta: dove il Qatar subisce danni alle proprie infrastrutture, l’industria italiana può inserirsi nella fase di ricostruzione.
Il colloquio ha anche prodotto un impegno congiunto su un tema apparentemente laterale ma politicamente rilevante per Roma: la cooperazione multilaterale nella gestione dei flussi migratori lungo le rotte mediterranee. Un tema caro alla premier, che lo ha saputo innestare anche in un contesto dominato dall’emergenza militare.
Abu Dhabi: investimenti e Hormuz ancora
Ultima tappa agli Emirati Arabi Uniti, con il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nayhan. Il filo conduttore è rimasto lo stesso: vicinanza a una “nazione amica, vittima di continui attacchi dell’Iran”, sicurezza dello Stretto e cooperazione bilaterale. In particolare, il colloquio ha permesso di approfondire il rafforzamento degli investimenti reciproci nei settori strategici dell’energia, della difesa e della sicurezza.
La strategia di diversificazione
Il tour nel Golfo si inserisce in una visione più strutturata. Nei giorni precedenti Meloni era già stata in Algeria; prossimamente, probabilmente tra maggio e giugno, toccherà l’Azerbaigian. Lo schema è riconoscibile: diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, rafforzare i rapporti con i fornitori chiave, presidiare le rotte commerciali. Una strategia da potenza media, attenta ai propri interessi nazionali, che scommette sulla proiezione diplomatica diretta del presidente del Consiglio come leva negoziale.
Da Palazzo Chigi sottolineano anche un altro elemento: nonostante le tensioni crescenti, l’Italia non ha mai interrotto i canali diplomatici con l’Iran. Una scelta che non è neutralità, ma geometria variabile: restare interlocutori credibili con tutte le parti, in vista del momento — auspicato da Roma come da molte altre capitali europee — in cui la crisi dovrà trovare uno sbocco politico.
