Giorgia Meloni
È Giorgia Meloni il perno attorno a cui ruota il nuovo disordine geopolitico emerso a Davos. La premier italiana si ritrova a gestire un doppio fronte sempre più complicato: all’estero, un’agenda internazionale che sposta l’attenzione dall’Ucraina alla Groenlandia e al ritorno di Donald Trump; in casa, una maggioranza attraversata da tensioni crescenti sulla politica estera. Il risultato è un equilibrio fragile, mentre Volodymyr Zelensky manifesta irritazione per il progressivo scivolamento di Kiev fuori dai riflettori globali.
Il World Economic Forum certifica un cambio di priorità. La crisi ucraina, che per due anni ha dominato il dibattito occidentale, viene oscurata dal dossier artico e dalle nuove ambizioni americane. Meloni, che si è auto-attribuita il ruolo di mediatrice tra Washington e Bruxelles, prova a tenere insieme l’atlantismo, la fedeltà europea e le esigenze interne di governo. Ma le crepe iniziano a vedersi.
Il primo segnale arriva dal commercio internazionale. Dopo settimane di trattative, la presidente del Consiglio ha dato il via libera dell’Italia all’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, ottenendo alcune concessioni a tutela dei settori più esposti. Una scelta sostenuta dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e salutata con entusiasmo dal presidente argentino Javier Milei, che ha ringraziato Meloni per un “impegno cruciale” nel negoziato.
La risposta della Lega è però di segno opposto. Nel giorno della protesta dei trattori a Bruxelles, il Carroccio si mette di traverso. Il vicepresidente del Senato Marco Centinaio parla apertamente di “invasione” di prodotti sudamericani e annuncia un voto “decisamente contrario”. Il responsabile economico Alberto Bagnai liquida l’intesa come “inefficace”, citando uno studio della Commissione europea che attribuisce all’Italia un impatto strutturale limitato allo 0,1%. Gli eurodeputati salviniani, insieme ai Patriots, arrivano fino al ricorso alla Corte di Giustizia sulla compatibilità dell’accordo con i trattati europei.
Una linea che trova sponde anche tra le opposizioni: Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Verdi europei condividono le critiche e presidiano Bruxelles accanto agli agricoltori.
Da Fratelli d’Italia si prova a spegnere l’allarme. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami nega che il Mercosur rappresenti un nuovo elemento di disallineamento nella maggioranza. Lo stesso ragionamento viene applicato al dossier ucraino: la Lega, sottolinea, ha votato la risoluzione di centrodestra a sostegno di Kiev.
Ma il dato politico resta. Tre parlamentari leghisti si sono sfilati: il no dichiarato di Edoardo Ziello e Rossano Sasso, pronti a ripetere il “copione” al prossimo voto, e l’assenza di Claudio Borghi, considerato uno dei fedelissimi di Salvini. Un segnale che non passa inosservato a Palazzo Chigi, soprattutto in vista del decreto di febbraio che proroga l’invio delle armi all’Ucraina. Nelle file della maggioranza circola l’ipotesi di nuove defezioni, con il rischio di trasformare ogni passaggio parlamentare in una prova di forza.
Sul piano internazionale Meloni deve fare i conti con un contesto in rapido mutamento. Il ritorno di Donald Trump e il caso Groenlandia rimettono al centro l’Artico come area strategica e simbolica. A Davos il tema catalizza l’attenzione, relegando l’Ucraina in secondo piano. Zelensky reagisce con irritazione: la sensazione, a Kiev, è che l’Occidente stia progressivamente spostando lo sguardo altrove.
La premier italiana si muove su un crinale sottile. Da un lato il rapporto con Washington, dall’altro la necessità di mantenere una linea europea condivisa. Un equilibrismo che si riflette anche nelle dinamiche interne al governo.
Ad approfittarne è Matteo Renzi, che affonda il colpo sui social. “La Lega festeggia per i dazi di Trump e combatte gli accordi del Mercosur”, scrive su X. Poi l’affondo politico ed economico: il Carroccio esprime un vicepremier e il ministro dell’Economia, eppure — accusa — Confindustria, il Nord produttivo e gli imprenditori continuano a tacere. “Crolla la produzione industriale e gli imprenditori fanno la standing ovation a chi li massacra”, conclude, parlando di un appiattimento “imbarazzante” delle categorie.
Il quadro che emerge è quello di una premier centrale ma sotto pressione. Meloni resta il baricentro della politica estera italiana, ma il contesto internazionale e le tensioni interne rendono il suo ruolo sempre più esposto. A Davos la Groenlandia oscura Kiev, Zelensky alza la voce, la Lega frena e la maggioranza scricchiola. La sfida, per Palazzo Chigi, è evitare che l’equilibrismo si trasformi in immobilismo, proprio mentre gli equilibri globali entrano in una nuova fase di instabilità.