Mojtaba Khamenei nominato terza Guida suprema dell’Iran: il regime sceglie la continuità dinastica
L’Assemblea degli esperti ha designato all’unanimità il figlio del defunto ayatollah nella sessione straordinaria di oggi, consolidando la successione all’interno della famiglia fondatrice della Repubblica Islamica, mentre Washington e Tel Aviv avvertono che la legittimità del nuovo leader dipenderà dal loro benestare.
Mojtaba Khamenei
L’Iran ha scelto. E ha scelto di non scegliere il cambiamento. Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, è stato nominato terza Guida suprema della Repubblica Islamica dall’Assemblea degli esperti di leadership, riunita oggi in sessione straordinaria. La designazione è avvenuta con “voto decisivo”, secondo la dichiarazione ufficiale, che invoca l’articolo 108 della Costituzione e chiama il popolo iraniano, le élite religiose e gli intellettuali a giurare fedeltà alla nuova leadership.
Il testo della dichiarazione è solenne e cerimonioso, come impone il registro della teocrazia. “L’Assemblea invita tutto il nobile popolo iraniano a mantenere l’unità attorno all’asse della Tutela”, si legge nel comunicato. Una formula che, sotto lo strato liturgico, traduce un messaggio politico semplice: il sistema non si piega, non si riforma, non cerca mediazioni. Continua.
Trump fissa le condizioni per riconoscerlo
La risposta americana è arrivata prima ancora della nomina ufficiale. Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva liquidato Mojtaba Khamenei come un “peso piuma”, ha alzato il tono in un’intervista ad Abc News. “Dovrà ottenere la nostra approvazione”, ha detto il presidente americano. “Se non la ottiene non durerà a lungo. Vogliamo assicurarci di non dover tornare ogni dieci anni.” Poi ha aggiunto il deterrente nucleare: “Non voglio che la gente debba tornare a fare la stessa cosa o, peggio, che abbiano un’arma nucleare”.
È una pressione di tipo inedito: un presidente degli Stati Uniti che subordina pubblicamente la legittimità della massima carica religiosa di un Paese sovrano al consenso di Washington. La mossa segnala che l’amministrazione Trump intende sfruttare la finestra aperta dalla successione per rinegoziare i termini del confronto con Teheran — o per accelerarne il collasso.
Anche Israele non ha atteso. L’esercito israeliano ha pubblicato un post su X in farsi avvertendo che l’Idf “continuerà a perseguire ogni successore della Guida suprema e chiunque cercasse di nominarlo”. Un messaggio rivolto tanto alle istituzioni iraniane quanto alla popolazione.
Depositi in fiamme, rischio piogge acide
Mentre si consumava la successione politica, l’Iran bruciava in senso fisico. I depositi petroliferi colpiti da Israele hanno continuato ad ardere per tutto il giorno, alimentando un allarme ambientale di prima grandezza. La Mezzaluna Rossa iraniana ha precisato che l’incendio ha rilasciato nell’atmosfera “idrocarburi, ossidi di zolfo e ossidi di azoto.” Queste sostanze, ha spiegato l’organizzazione, possono combinarsi con il vapore acqueo e generare, in caso di precipitazioni, “piogge acide altamente corrosive”. Il contatto diretto con questo tipo di precipitazione, è stato aggiunto, può causare ustioni e danni alla pelle; l’inalazione può produrre gravi problemi respiratori.
Il conflitto non si limita più al territorio iraniano. Il Bahrein ha accusato Teheran di avere colpito un impianto di desalinizzazione, infrastruttura critica per l’approvvigionamento idrico del piccolo regno del Golfo. In Arabia Saudita, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, si contano vittime: due morti e dodici feriti in un attacco che ha centrato un edificio residenziale. Secondo Teheran, nei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele sarebbero morti oltre 1.200 civili, fra cui 200 bambini e 200 donne. I media israeliani hanno riferito di un primo attacco degli Emirati Arabi Uniti contro obiettivi iraniani, ma Abu Dhabi ha smentito, definendo la notizia “fake news”.
Libano: quasi 400 morti, mezzo milione di sfollati
La situazione più drammatica si registra in Libano. Secondo le autorità locali, le vittime degli attacchi israeliani hanno quasi raggiunto quota 400, di cui 83 bambini. Gli sfollati, a una settimana dall’inizio dei combattimenti fra Israele e Hezbollah, superano il mezzo milione. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha comunicato la riduzione del personale diplomatico nelle ambasciate di Baghdad e Beirut: rimarrà “solo il personale indispensabile per l’attività diplomatica”. Circa 25mila italiani sono già rientrati in patria.
A Oslo, un’esplosione nelle vicinanze dell’ambasciata americana ha messo in allerta le autorità norvegesi, che non escludono un movente terroristico. Per lunedì è prevista una riunione in videoconferenza fra i vertici delle istituzioni europee e alcuni leader mediorientali; il presidente francese Emmanuel Macron sarà a Cipro, dove intende mostrare la solidarietà di Parigi alla regione.
Il premier britannico Keir Starmer ha avuto oggi un colloquio telefonico con Trump. Stando a quanto reso noto da Downing Street, i due hanno discusso anche della cooperazione militare fra Londra e Washington attraverso le basi della Raf, a sostegno dell’autodifesa collettiva dei partner nella regione. Volodymyr Zelensky, infine, ha annunciato che l’Ucraina invierà in settimana propri esperti negli Stati Uniti e in alcuni Paesi del Medio Oriente per fornire consulenza su come respingere gli attacchi condotti con droni di fabbricazione iraniana — un dettaglio che chiude un cerchio inquietante, e dice molto sulla natura sistemica del conflitto in corso.
