No Kings, ma tanti furbi. Il caso Salis e la sinistra che accusa Roma mentre Berlino fa la segnalazione
Ilaria Salias
C’è una scena che riassume perfettamente la giornata romana del “No Kings” meglio di qualsiasi analisi: Ilaria Salis che sale sul palco di piazza della Repubblica, microfono in mano, a raccontare il controllo di polizia subito quella mattina in hotel come se fosse la prova provata di un regime in marcia.
Dietro di lei, le bandiere di Cobas, anarchici, Rifondazione Comunista, centri sociali, movimenti transfemministi, comitati pro-Cospito e qualche ghigliottina di cartone con la testa di Giorgia Meloni a testa in giù. Davanti a lei, una platea che scandisce “Palestina libera”. Un bazar dell’opposizione, dove tutto convive — dalla lotta di classe al terzomondismo, dall’antifascismo militante all’anticapitalismo da centro sociale — purché si tratti di essere contro qualcosa. Contro Trump, contro Netanyahu, contro Meloni, contro il riarmo, contro i re. Contro tutto, con la precisione ideologica di un megafono puntato a caso.
Il cortocircuito Salis: accusare Roma, tacere su Berlino
Ma torniamo al fatto del mattino, perché merita un esame più freddo di quanto la sinistra abbia voluto concedergli. Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, viene svegliata alle 7:30 nella sua stanza d’albergo da agenti della polizia. Le chiedono i documenti, le rivolgono alcune domande sul suo arrivo a Roma, sulla manifestazione, su eventuali oggetti pericolosi. L’operazione dura circa un’ora. Nessun verbale rilasciato, nessuna perquisizione effettuata, nessun accesso alla stanza.
La Questura di Roma chiarisce tutto con una rapidità che di per sé è già una risposta politica: la segnalazione è partita da uno Stato estero — la Germania, secondo quanto riferito dai leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — nell’ambito di un sistema di cooperazione internazionale di polizia “immutato da anni”. Atto dovuto. Nessun margine di discrezionalità per le autorità italiane. Nessun collegamento con la manifestazione. E, soprattutto: nel momento in cui gli agenti si sono resi conto di trovarsi davanti a un’eurodeputata, ogni verifica è stata interrotta.
Ora, in un contesto di dibattito politico minimamente onesto, questa ricostruzione avrebbe dovuto produrre almeno una domanda: perché la Germania ha segnalato Salis? Quali precedenti, quali fascicoli aperti, quali obblighi di cooperazione internazionale hanno indotto le autorità tedesche — non italiane, non meloniane, non di destra — a innescare questa procedura? La domanda è legittima, anzi è la domanda. Salis la conosce benissimo, visto che ha trascorso oltre un anno in carcere a Budapest con l’accusa di aver partecipato ad aggressioni ai danni di militanti di estrema destra ungheresi nell’t ambito di reti antifasciste internazionali. Reti che evidentemente qualcuno in Europa continua a monitorare.
Ma Salis sceglie un’altra strada. Sale sul palco, racconta la sua mattinata come vittima di un controllo arbitrario, evoca la minaccia alla democrazia europea, lancia l’accusa di ingerenza straniera nel suo mandato parlamentare — e lo fa senza mai nominare la Germania. Senza mai chiedersi, almeno pubblicamente, per quale ragione uno Stato membro dell’Unione Europea, a guida socialdemocratica, abbia ritenuto di segnalarla. L’attacco è tutto concentrato sul “regime” italiano, sul governo Meloni, su Piantedosi. Roma è il bersaglio, Berlino è invisibile. È una disonestà intellettuale di prima grandezza, compiuta con il mestiere di chi sa come si costruisce una narrazione davanti a una piazza compiacente.
La sinistra e il riflesso condizionato del “regime”
Intorno a Salis, il coro si è dispiegato con una coordinazione che farebbe invidia a una regia. Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia e voce autorevole del Pd, ha scritto sui social che “questo fanno i regimi”, invocando scuse immediate da parte di Piantedosi. È una posizione politicamente spericolata oltre che fattualmente fragile: equiparare un controllo di polizia eseguito su impulso tedesco — e immediatamente sospeso al riconoscimento dell’immunità parlamentare — a una condotta autoritaria del governo italiano richiede una buona dose di malafede o, in alternativa, una certa superficialità nell’analisi. Orlando conosce il diritto, conosce i meccanismi di cooperazione internazionale di polizia, sa cosa significa “atto dovuto” in termini giuridici. La sua scelta di ignorare tutto questo in nome di uno slogan da social media è rivelatrice di quanto il centrosinistra abbia rinunciato alla complessità in favore della polemica immediata.
Bonelli e Fratoianni hanno giocato una partita ancora più sottile e, a modo loro, più cinica. Da un lato hanno ottenuto dalla Questura la smentita esplicita del collegamento con la manifestazione — e l’hanno riferita. Dall’altro hanno comunque imbarcato Salis sul palco del corteo, lasciando che la narrazione della persecuzione si alimentasse davanti alle telecamere. Hanno cioè incassato la smentita senza trarne le conseguenze politiche, usando la vicenda come amplificatore emotivo per una piazza già mobilitata. Furbizia tattica, certo. Ma anche una forma di irresponsabilità verso i propri elettori, ai quali si racconta una versione dei fatti consapevolmente incompleta.
Il bazar di piazza della Repubblica
Il corteo in sé merita una lettura separata, perché fotografa con fedeltà impietosa lo stato dell’opposizione di piazza in Italia. “No Kings” nasce come risposta globale all’ascesa di Trump, si innesta sul filone della protesta pro-Palestina, incorpora la rabbia contro il riarmo europeo, assorbe i centri sociali con i loro slogan sui sgomberi, le reti transfemministe, i gruppi anarchici, i militanti di Rifondazione. Un amalgama che trova nella comune avversione a Meloni il minimo comune denominatore, ma che sul piano programmatico è un guazzabuglio. Cosa chiedono concretamente i “No Kings”? Che l’Italia non si riarmi — ma su quali proposte alternative? Che si fermi la guerra a Gaza — con quali strumenti diplomatici? Che si cambi il “mondo” — in quale direzione?
La risposta, naturalmente, non c’è. O meglio: c’è, ma si esaurisce nella protesta. E la protesta, senza proposta, è spettacolo. Efficace, rumoroso, fotogenico — ma spettacolo. Le immagini della ghigliottina con Meloni, Nordio e La Russa appesi a testa in giù hanno fatto il giro dei social nel pomeriggio.
