Non basta un tweet: i paletti del Congresso e i vincoli giuridici all’addio di Trump alla Nato

Il presidente degli Stati Uniti torna a minacciare il ritiro dall’alleanza transatlantica fondata nel 1949, ma una norma del Congresso del 2023 impone il voto di due terzi del Senato o una legge apposita, mentre l’articolo 13 del Patto atlantico prevede comunque un anno di preavviso.

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Donald Trump

Ci sono almeno tre strati di protezione giuridica che separano Donald Trump dall’uscita formale dalla Nato minacciata ancora una volta dal capo della Casa Bianca. Ma la vera partita si gioca su un piano diverso: la deterrenza dell’alleanza regge fin quando Washington è credibilmente disposta a combattere. Se quella credibilità viene meno, il perimetro difensivo europeo si sgretola senza che sia necessario firmare alcuna notifica di recesso.

Il muro eretto dal Congresso

La minaccia non è nuova. Durante il primo mandato, gli avvocati del dipartimento di Giustizia avevano cominciato a costruire la tesi che il presidente disponesse del potere esclusivo di ritirare il paese dai trattati internazionali, senza che il Parlamento potesse opporsi. Il Congresso aveva risposto in anticipo. Nel 2023, con una norma approvata su base bipartisan, aveva blindato il perimetro: nessun presidente può “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” senza il consiglio e il consenso del Senato, o senza che il Parlamento approvi una legge ad hoc.

Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi. Una soglia alta. Altissima, in un’aula dove il sostegno alla Nato ha storicamente attraversato i confini di partito. Non si tratta di un ostacolo burocratico di secondo piano. È una scelta deliberata, costruita proprio per questo scenario: un inquilino della Casa Bianca tentato dall’isolazionismo, convinto che l’America paghi troppo per la sicurezza altrui. La legge del 2023 è, nella sostanza, una risposta preventiva a Trump stesso.

L’articolo 13 e l’anno di preavviso

Anche nell’ipotesi — remota, ma non impossibile — in cui il Congresso cedesse, il Patto atlantico imporrebbe un ulteriore freno. L’articolo 13 del Trattato del Nord Atlantico stabilisce che ciascuna parte può recedere solo dopo aver depositato una notifica formale presso gli Stati Uniti, e che il recesso diventa effettivo soltanto un anno dopo.

Dodici mesi durante i quali l’alleanza resterebbe formalmente intatta, le clausole di difesa collettiva resterebbero in vigore, e la pressione politica — interna e internazionale — si accumulerebbe su Washington.

È una finestra di tempo tutt’altro che trascurabile. Un anno è sufficiente per trattare, per fare pressione, per costruire alternative. Lo sanno gli europei, che negli ultimi mesi hanno accelerato sul dossier della difesa comune proprio con questo scenario in testa.

La deterrenza che si sgretola senza firme

Eppure il vero rischio non passa dai tribunali né dai regolamenti parlamentari. Lo ha notato il Wall Street Journal: anche senza un recesso formale, la Nato potrebbe perdere la propria ragion d’essere. Il cuore dell’alleanza è il principio di difesa collettiva — l’idea che un attacco a uno degli Stati membri equivalga a un attacco a tutti, compresi gli Stati Uniti. Quella clausola vale finché Washington è credibilmente disposta a farne seguire le parole con i fatti.

Se Trump decidesse che la forza militare americana non è necessaria per difendere un paese baltico o la Polonia orientale, le garanzie di sicurezza resterebbero su carta. Formalmente vigenti. Praticamente vuote. La deterrenza non è un meccanismo automatico: è una promessa che deve essere creduta. E una promessa smette di funzionare nel momento in cui l’avversario — Mosca, in questo caso — comincia a dubitare che verrà mantenuta.

È questo il paradosso che agita le cancellerie europee. Non tanto la prospettiva di un recesso formale, vincolato da norme che rendono il percorso lungo e incerto. Quanto quella di un’America che resta nell’alleanza ma cessa di garantirne la sostanza. Una Nato con la bandiera americana ancora issata, e la volontà politica già altrove.