Novanta per cento del greggio passa da qui: perché Washington guarda a Kharg
Nel nord del Golfo Persico sorge l’infrastruttura attorno alla quale ruota quasi tutta la capacità esportativa di Teheran; l’amministrazione americana ne studia un possibile controllo, ma think tank britannici e analisti del settore energetico avvertono che i rischi superano di gran lunga i vantaggi immediati.
L'isola di Kharg
Otto chilometri di sabbia e acciaio nel Golfo Persico, a ventiquattro chilometri dalla costa iraniana: Kharg non è quasi nulla sulla carta geografica, eppure attraverso i suoi terminali passa il novanta per cento del petrolio che l’Iran vende al mondo. L’isola, costruita negli anni Sessanta dalla compagnia americana Amoco, è capace di caricare fino a sette milioni di barili al giorno sulle petroliere che poi devono attraversare lo Stretto di Hormuz. Chiunque la controlli, tiene in mano la principale leva finanziaria del regime degli ayatollah. Ed è per questo che, secondo analisti e fonti citate da CNBC e Politico, Washington avrebbe iniziato a considerarla seriamente come obiettivo strategico.
Il valore di una piccola isola
L’ipotesi circolata nelle ultime settimane è quella di un’occupazione militare americana. Petras Katinas, ricercatore in clima, energia e difesa presso RUSI — think tank con sede a Londra — ha spiegato a CNBC che prendere il controllo di Kharg “taglierebbe la fonte di vita dell’Iran”. La logica è lineare: senza la possibilità di esportare greggio, Teheran perde la sua principale fonte di valuta estera, con effetti destabilizzanti sull’intera economia del paese. Katinas ha aggiunto che, al di là dell’impatto immediato, il sequestro dell’isola “darebbe agli Stati Uniti leva durante le trattative, indipendentemente da quale regime sia al potere dopo la fine dell’operazione militare”. In altre parole: Kharg vale più come moneta di scambio che come bersaglio da distruggere.
C’è poi il precedente venezuelano, evocato da più di un osservatore. Tamas Varga, analista di PVM, ha ricordato a CNBC che un’operazione del genere ricorderebbe “l’intervento americano in Venezuela all’inizio dell’anno, quando di fatto Washington ha preso il controllo del settore petrolifero del paese”. La similitudine è significativa: non un’invasione classica, ma un controllo funzionale delle infrastrutture energetiche come strumento di pressione politica.
I rischi di un’occupazione
Le valutazioni ottimistiche, tuttavia, si scontrano con scenari meno rassicuranti. Lo stesso Varga ha sottolineato che un’eventuale riapertura delle esportazioni di greggio iraniano sotto supervisione americana sarebbe condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz — al momento bloccato — e che comunque l’isola “resterebbe vulnerabile ad attacchi droni da parte dell’Iran”. Un’occupazione, ha concluso, “complicherebbe ulteriormente una situazione già complessa”.
Marc Gustafson di Eurasia ha aggiunto un elemento ancora più critico, in un’analisi pubblicata su LinkedIn: anche ipotizzando che il controllo dell’isola garantisca a Trump “una grossa vittoria in termini di immagine”, l’effetto sui mercati energetici sarebbe opposto all’obiettivo dichiarato. I prezzi del petrolio salirebbero ulteriormente. Peggio: Teheran potrebbe rispondere sabotando gli stessi oleodotti che collegano il terminale di Kharg ai giacimenti principali del paese, rendendo l’intera operazione un esercizio di autolesionismo collettivo.
L’equilibrio del terrore energetico
Bombardata ripetutamente durante il conflitto tra Iran e Iraq negli anni Ottanta, Kharg non è stata finora colpita né dagli americani né dagli israeliani nell’attuale fase di tensione. La ragione è stata spiegata con lucidità da Ellen Wald, senior fellow all’Atlantic Council Global Energy Center, in una recente intervista a Politico: esiste una sorta di deterrenza reciproca nel settore energetico della regione. “Finché l’Iran avrà la capacità di estrarre petrolio, non cercherà di togliere quella capacità a nessun altro, perché sa che una volta fatto ciò, la sua infrastruttura petrolifera verrebbe distrutta.” Un equilibrio che Wald ha definito esplicitamente come “una sorta di distruzione reciprocamente assicurata”. Nessuno fa la prima mossa perché le conseguenze sarebbero simmetriche e devastanti per tutti.
Resta sullo sfondo la domanda che nessuno a Washington sembra ancora aver risposto: fino a dove Trump è disposto a spingersi per piegare Teheran? L’isola è lì, strategicamente esposta e politicamente appetibile. Ma tra il calcolo geopolitico e l’azione militare c’è uno spazio che, per ora, nessuno ha ancora scelto di attraversare.
