“Nuovi giovani”, spregiudicati e omertosi: il caso Luca Sacchi

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22 gennaio 2020

Luca Sacchi

Giovani, spregiudicati e omertosi. Un ritratto allarmante che calza a pennello con il caso dell’omicidio di Luca Sacchi, il personal trainer ucciso il 23 ottobre 2019 durante uno scambio di droga andato storto nel quartiere romano dell’Appio Latino, abitato perlopiù da anziani e famiglie. Le indagini sono ancora in corso, sono a un passo – dicono i legali – dall’essere concluse. Alcuni punti tuttavia restano non chiari, anche a causa dell’omertà di chi ha assistito all’omicidio. La vicenda per settimane ha occupato le prime pagine dei giornali. L’avvocata della famiglia Sacchi, Decina Armida, ribadisce che Luca non aveva a che fare con lo spaccio ed è morto per difendere la fidanzata Anastasia: “Sicuramente per la dinamica del fatto, per come è avvenuto, un ragazzo di 25 anni di buona famiglia, lontano da ogni contesto criminale, che si è ritrovato parte attiva di un brutale omicidio e poi perchè intorno a questa vicenda continua ad aleggiare omertà e silenzio – ha raccontato, sottolineando – Nessuno mai spontaneamente si è presentato in procura o in questura a raccontare o a fornire elementi utili alla ricostruzione dell’omicidio”.

Di certo c’è solo che a sparare con una pistola che prendeva per la prima volta in mano è stato un coetaneo, Valerio del Grosso, 21 anni, originario di Casal Monastero, una frazione del quartiere di San Basilio, ad oggi in carcere a Regina Coeli. La criminologa nominata dai legali di Sacchi, Ilaria Magnanti: “Indubbiamente un ragazzo di 20 anni che si sente forse troppo sicuro di se stesso, addirittura armato, scatta anche l’adrenalina, l’arma dà un senso di potere smisurato… era su di giri, c’era una forte adrenalina, è partito con l’intenzione di fare casino”. A molti giovani non basterebbe più lo sballo. Maneggiare un’arma o usarla per posare per una foto sui social, li fa sentire più affermati. È un cambio generazionale inquietante. Mariangela Sciancalepore, vice-questore aggiunto della Polizia di Stato, dirigente della sezione narcotici della squadra mobile di Roma: “Lo sballo non basta più a soddisfare i giovani, hanno bisogno di scaricare l’adrenalina che deriva da una pasticca, piuttosto che da un tiro di cocaina e come lo fanno? Ricorrendo all’uso della violenza in un mondo in cui tutti siamo immersi quotidianamente da immagini di violenza che vengono trasmesse dai mass media”.

“Siamo purtroppo davanti a giovani che ritengono che l’uso della forza serva per emergere all’interno della società, serva per farsi giustizia, serva per emergere tra i pari. La diffusione delle armi è ormai diventata facile tanto quanto reperire una dose di sostanza stupefacente”. Il caso Luca Sacchi ha colpito molte persone, forse perché una tragedia del genere poteva accadere a chiunque. Come riconoscere se un figlio si droga o si avvicina ad ambienti criminali? Eterna domanda, a cui ha risposto la psichiatra Tiziana Amici, autrice del libro “Urgenze in psichiatria” (L’Asino d’oro Edizioni): “É ovvio che questi ragazzi sono anche molto bravi a nascondersi e a coprirsi anche a vicenda, però bisogna dire ai genitori che è necessario andare anche al di là dell’apparenza. Sviluppare una sensibilità, un comprendere che va oltre quello che sono i comportamenti che ci possono dire se c’è qualcosa che non va. Non sottovalutare neanche piccolissimi segnali di chiusura o di eccessiva voglia di uscire, stare troppo fuori, cambiamenti in ambito scolastico o lavorativo. Piccole cose che devono affinare il nostro senso critico per capire se c’è qualcosa di più, se c’è qualcosa oltre, quindi sempre uno sviluppo dell’affettività, del capire oltre il comportamento e a quello che si vede con gli occhi”.

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