Petrolio e diplomazia, la mossa di Trump per evitare il blackout totale: 10 giorni di stop alle bombe
Dieci giorni. È il margine che Donald Trump ha concesso alla diplomazia, sospendendo fino al 6 aprile i raid sulle infrastrutture energetiche iraniane. Una finestra stretta, comunicata su Truth con la disinvoltura di un comunicato commerciale, che certifica però un fatto politicamente dirompente: Iran e Stati Uniti trattano già, in segreto, attraverso Pakistan e Turchia. La guerra non si è fermata — Israele decapita un altro vertice dei Pasdaran, l’Iran colpisce Abu Dhabi — ma qualcuno, da qualche parte, sta scrivendo i termini di una resa che nessuno vuole chiamare con il suo nome.
Al ventottesimo giorno del conflitto nel Golfo, la guerra rivela la propria natura doppia: militarmente forsennata, diplomaticamente carsica. Israele elimina il comandante della Marina dei Pasdaran. Gli Stati Uniti pianificano l’occupazione di Kharg, cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano. L’Iran colpisce Abu Dhabi. Eppure, sotto la coltre di bombe e dichiarazioni bellicose, i negoziatori trattano già — e Trump sospende per dieci giorni i bombardamenti sulle centrali energetiche, confermando su Truth che i colloqui “procedono molto bene”.
Kharg, l’isola che vale una guerra
Trenta chilometri dalla costa iraniana, una striscia di terra nel Golfo Persico: l’isola di Kharg è il principale terminal di esportazione del greggio di Teheran, e in questo momento il punto di massima tensione dell’intero conflitto. Secondo le informazioni disponibili, il Pentagono starebbe valutando un’operazione per assumerne il controllo — una mossa che priverebbe l’Iran della sua principale leva economica e, contestualmente, del principale strumento di pressione sui mercati energetici globali.
Teheran non attende passiva. Nelle ultime settimane il regime ha dispiegato sull’isola sistemi di difesa aerea aggiuntivi e posato mine nelle acque circostanti. La massima allerta dichiarata dai vertici degli ayatollah testimonia quanto Kharg sia considerata una linea rossa: perderla significherebbe perdere non solo le entrate petrolifere, ma la capacità di condizionare i flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.
La decapitazione dei Pasdaran continua
Israele prosegue nella sua sistematica eliminazione dei vertici militari iraniani. L’ultima vittima della strategia di decapitazione è Alireza Tangsiri, comandante della Marina dei Guardiani della Rivoluzione islamica, ucciso durante un attacco a Bandar Abbas, sulla costa meridionale dell’Iran. Tangsiri era la figura centrale nella gestione del blocco dello Stretto di Hormuz: la sua eliminazione rimuove un nodo operativo cruciale e — almeno temporaneamente — indebolisce la capacità iraniana di paralizzare i traffici marittimi nella regione.
Sul fronte opposto, l’Iran non arretra. Missili su Abu Dhabi hanno causato due morti e tre feriti questa mattina — l’ennesimo attacco contro gli Emirati Arabi, sempre più esposti a rappresaglie nonostante la loro posizione formalmente defilata rispetto al conflitto diretto.
Trump congela le bombe, ma non le parole
La mossa più significativa della giornata porta la firma di Donald Trump. Il presidente americano ha annunciato su Truth la sospensione per dieci giorni — fino al 6 aprile — dei bombardamenti sulle infrastrutture energetiche iraniane. La motivazione dichiarata è esplicita: “I colloqui con Teheran sono in corso e procedono molto bene”. La Casa Bianca conferma così, senza infingimenti, l’esistenza di negoziati indiretti tra le due potenze — un fatto che Pakistan e Turchia, i due mediatori più attivi, avevano già sostanzialmente confermato.
Eppure la retorica di Trump mantiene il suo doppio registro. A cena con i finanziatori del Partito Repubblicano, il presidente ha deriso i negoziatori iraniani — “temono di essere uccisi dalla loro stessa gente” — e poche ore dopo ha tuonato contro la Nato (“non ha aiutato per nulla, non dimenticheremo”), per poi rivolgersi direttamente a Teheran: “elemosina un accordo di pace, anche se la sua posizione pubblica è diversa. Faccia presto prima che sia troppo tardi”. Aprendo la riunione di gabinetto, il tono si è fatto ancora più perentorio: “Teheran ci implora. Sono stati sconfitti”.
Teheran rifiuta i quindici punti e rilancia
Dietro la retorica presidenziale, la sostanza diplomatica è meno nitida. Il regime degli ayatollah ha respinto il piano americano in quindici punti, giudicandolo — secondo le ricostruzioni di parte iraniana — un possibile bluff, e ha risposto con cinque condizioni proprie per una tregua. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha promesso “resistenza a oltranza”, formula che in diplomazia non chiude necessariamente la porta, ma certifica la volontà di non capitolare sotto pressione.
Ali Akbar Velayati, consigliere senior della Guida Suprema, ha avvertito che qualsiasi aggressione “si ritorcerà come un boomerang” e ha indicato nel Golfo Persico il teatro delle future rappresaglie: “la sua geografia non può rimanere impunita”, ha detto, aggiungendo che “si verificheranno sicuramente eventi” dannosi per chi minaccia la sicurezza nazionale iraniana.
Il Washington Post riferisce intanto che il Pentagono starebbe valutando il dirottamento verso il Medio Oriente di armamenti originariamente destinati all’Ucraina — un segnale che l’escalation è ancora considerata un’opzione concreta, non solo uno strumento negoziale.
