“Ponti e centrali in Iran salteranno martedì”: Trump fissa l’ultimatum e non esclude le truppe di terra

Dalla Casa Bianca, domenica, il presidente ha indicato una scadenza precisa — martedì — per l’apertura dello Stretto di Hormuz, avvertendo che nessuna infrastruttura civile sarà risparmiata se i negoziati fallissero; la Russia chiede agli Stati Uniti di abbandonare il linguaggio degli ultimatum.

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Donald Trump

L’orologio corre verso martedì. E Donald Trump non ha lasciato margini di ambiguità: se l’Iran non raggiungerà un accordo entro quarantotto ore e non riaprirà lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti colpiranno ponti e centrali elettriche iraniane. Lo ha detto in un’intervista ad ABC News. Lo ha scritto su Truth Social. Lo ha ribadito a The Hill. Tre canali diversi, un solo messaggio: o l’intesa, o la distruzione.

“Faremo saltare in aria l’intero Paese”, ha dichiarato il presidente americano alla corrispondente politica senior di ABC News, Rachel Scott, in un’intervista telefonica. “Sarà il giorno del ponte e sarà il giorno della centrale elettrica in Iran”. Alla domanda se tra gli obiettivi ci sarebbero state anche infrastrutture civili, Trump ha risposto lapidario: “Non voglio parlarne”. Ma aveva già risposto — e la risposta era sì.

L’ultimatum e la porta chiusa alla proroga

Il tono delle dichiarazioni domenicali marca una soglia nuova nel confronto tra Washington e Teheran. Non è la prima volta che Trump minaccia l’Iran, ma è la prima volta che indica una data precisa — martedì — e un elenco altrettanto preciso di obiettivi. “Poco è off limits”, ha detto, usando un’espressione che, nel linguaggio militare americano, vale quanto un ordine operativo.

Alla domanda se avrebbe esteso la scadenza per dare a Teheran più tempo, Trump ha chiuso ogni spazio: “Hanno tutto il tempo per trovare un accordo. Non vogliono trovare un accordo; il loro intero Paese andrà distrutto”. Non c’è la retorica della trattativa. C’è la geometria dell’ultimatum.

Ancora più dirompente è stata la risposta fornita a The Hill sulla possibilità di truppe di terra. Alla domanda esplicita sull’ipotesi di un’invasione, Trump ha risposto con un monosillabo: “No”. Non un “no” di esclusione, ma un “No” di conferma della domanda — ovvero: non esclude l’opzione. “Non credo sia necessario, ma non escludo nulla”, ha precisato poco dopo in un’altra risposta.

La Russia chiede di abbassare i toni

Mentre Washington moltiplicava le minacce, Mosca cercava di costruire un paracadute diplomatico. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha parlato al telefono con l’omologo iraniano Abbas Araghchi. Dopodiché, il ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che, nella sua forma controllata, suona come un appello urgente: gli Stati Uniti potrebbero contribuire alla distensione “abbandonando il linguaggio degli ultimatum e riportando la situazione sul binario dei negoziati”.

È la grammatica della crisi gestita: Mosca non condanna Washington esplicitamente, ma chiede a Trump di cambiare registro prima che la situazione sfugga di mano. Il canale Lavrov-Araghchi segnala che la Russia si è posizionata come intermediaria potenziale — un ruolo che potrebbe avere un prezzo diplomatico, in un momento in cui Mosca ha tutto l’interesse a non vedere il fianco meridionale destabilizzato da una guerra aperta nel Golfo.

Le 48 ore che pesano sul mercato e sull’alleanza

L’ultimatum di Trump non è solo un problema iraniano. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Un’operazione militare americana su larga scala — con obiettivi dichiarati sulle infrastrutture civili — avrebbe effetti immediati sui mercati energetici globali, sulle catene di approvvigionamento e sulla tenuta dell’alleanza atlantica, già messa sotto pressione dai recenti strappi di Washington.

Gli alleati europei, che hanno finora evitato di commentare direttamente le mosse americane nel Golfo, si trovano ora davanti a un presidente che ha dichiarato, senza perifrasi, di voler “far saltare in aria un Paese intero”. Il silenzio di Bruxelles e delle capitali europee — se dovesse durare — rischierebbe di essere letto, a Teheran come a Mosca, come acquiescenza. Teheran, per ora, non ha risposto pubblicamente. Il tempo stringe. E martedì è domani.