Proteste e arresti in Myanmar, una ventina di morti

28 febbraio 2021

È salito ad almeno 18 morti il bilancio della violenta repressione delle manifestazioni contro il colpo di stato in Myanmar. “Il popolo del Myanmar ha il diritto di riunirsi pacificamente e chiedere il ripristino della democrazia”, ha detto la portavoce dell’Ufficio Onu per i diritti umani, Ravina Shamdasani. “L’uso della forza letale contro manifestanti non violenti non è mai giustificabile in base alle norme internazionali sui diritti umani”.

La polizia ha sparato anche proiettili di gomma per disperdere i manifestanti scesi nuovamente in strada nelle ultime ore per protestare contro il colpo di Stato militare del primo giorno di febbraio. Una repressione giunta poche ore dopo che l’ambasciatore del paese alle Nazioni Unite ha implorato un’azione internazionale per ripristinare la democrazia. Parlando a nome dei funzionari civili deposti, tra cui la leader de facto del Paese, Aung San Suu Kyi, l’inviato all’Onu Kyaw Moe Tun ha pregato l’Assemblea generale delle Nazioni Unite di usare “ogni mezzo necessario” per agire contro la giunta militare birmana. “Abbiamo bisogno di ulteriori azioni, le più forti possibili, da parte della comunità internazionale per porre immediatamente fine al colpo di stato militare, fermare l’oppressione di persone innocenti, restituire il potere statale al popolo e ripristinare la democrazia”, ha detto Kyaw Moe Tun.

La giunta militare ha quindi mantenuto la promessa di utilizzare maniere ancora più forti contro i dimostranti, dopo aver utilizzato nelle scorse settimane pallottole di gomma, lacrimogeni e cannoni ad acqua. Secondo fonti mediche, il bilancio potrebbe peggiorare nelle prossime ore in quanto negli ospedali stanno continuando ad arrivare feriti. Nel centro di Yangon la polizia ha iniziato a sparare colpi d’arma da fuoco prima che partisse una manifestazione per costringere la folla a disperdersi subito ma non è ancora chiaro se ci siano state vittime. “La polizia ha iniziato a sparare non appena siamo arrivati, non hanno detto nemmeno una parola di avvertimento”, ha raccontato alla France Presse una testimone, “alcune persone sono rimaste ferite, e altre sono ancora nascoste nelle case del vicinato”. Il giorno prima a Yangon la polizia aveva lanciato granate stordenti contro la folla raccolta nei pressi dell’università e aveva arrestato alcuni giornalisti che stavano documentando le proteste, compreso un fotografo dell’Associated Press.

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Le persone arrestate, incriminate o condannate dal giorno del colpo di Stato sono ormai più di 850 ma la dura stretta del fine settimana, con 479 arresti solo nella giornata di sabato, potrebbe portare il bilancio a quota 1.500. Continua intanto a non esserci alcuna notizia sulle condizioni dell’ex leader de facto del Paese, Aung San Suu Kyi, che sarà portata in tribunale domani per rispondere delle accuse di possesso illecito di walkie talkie e violazione delle norme anti Covid nelle manifestazioni pubbliche. Il legale della donna, Khin Maung Zaw, ha affermato di non essere ancora riuscito a incontrarla. “Le autorità militari – della Birmania – devono interrompere immediatamente l’uso della forza contro i civili e consentire alla popolazione di esprimere il proprio diritto alla libertà di espressione e di riunione”. Lo ha detto l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell mentre è in corso una violenta repressione dei manifestanti da parte delle forze di sicurezza in Birmania. “L’Unione europea è risolutamente al fianco del coraggioso popolo del Myanmar, che difende la propria democrazia” e “adotterà a breve misure in risposta a questi sviluppi”, ha aggiunto Borrell.

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