Pugni, calci e conigli, la lingua ‘facile’ del Papa

Pugni, calci e conigli, la lingua ‘facile’ del Papa
21 gennaio 2015

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Raccontava un giornalista argentino che lo conosceva ben prima che fosse eletto Papa, Washington Uranga, che Jorge Mario Bergoglio “è un ‘politico’, uno stratega che, come i giocatori di scacchi, sa spostare i propri pezzi senza esaurire in un’unica mossa tutte le possibilità. Piuttosto pensa sempre le cinque o sei mosse successive, comprese le alternative che si possono presentare”. Descrizione che confligge, almeno apparentemente, con le battute colorite, per qualcuno improvvide, pronunciate da Papa Francesco nel corso del recente viaggio in Sri Lanka e nelle Filippine. Sono state due, in particolare, le frasi che, dette ai giornalisti che lo accompagnavano in volo, hanno sollevato – fuori e dentro la Chiesa – dibattito, perplessità, critiche. Prima dichiarazione a sorpresa, sul volo da Colombo a Manila, quando il Papa ha risposto ad un giornalista francese sui recenti attentati a Charlie Hebdo e ad una supermercato kosher a Parigi. “E’ vero che non si può reagire violentemente, ma se il dott. Gasbarri (Alberto Gasbarri, organizzatore dei viaggi papali che si tovava accanto al Papa, ndr.), grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli arriva un pugno! E’ normale!”.

Il ragionamento è più complesso, il Papa precisa che “uccidere in nome di Dio è un’aberrazione”, parla del “limite” della libertà di espressione, fa autocritica sulla storia cristiana citando la strage (cattolica) di ugonotti la notte di San Bartolomeo (“Quante guerre di religione abbiamo avuto…”), ma l’espressione – e il gesto – del pugno sono talmente forti che si impongono sui mass media e sui social network di tutto il mondo. Il vicario di Cristo non porge l’altra guancia? “Questa frase ha creato un pochino di confusione…”, gli domanda una giornalista, cinque giorni dopo, sul volo di ritorno per Roma. Più che marcia indietro, il Pontefice argentino rincara la dose: “In teoria, possiamo dire quello che il Vangelo dice, che dobbiamo dare l’altra guancia”, ma “io non posso insultare, provocare una persona continuamente, perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta, non giusta”. Il dibattito continua. E sul volo da Manila a Roma il Papa non dà il tempo di chiudere un capitolo che ne riapre subito un altro. La corruzione? C’è anche nella Chiesa. Provarono a corrompere anche me a Buenos Aires. “In quel momento io ho pensato: cosa fare? O li insulto e do loro un calcio dove non batte il sole, o faccio lo scemo. E ho fatto lo scemo”. Dopo i pugni, i calci? Pochi notano che dopo Charlie Hebdo le più disparate organizzazioni musulmane del mondo mediorientale, da Gerusalemme a Teheran, dal Qatar all’Egitto, da Hamas ad al Azhar, stigmatizzano la strage di Charlie Hebdo, sì, ma criticano con asprezza le vignette.

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E anche la rivista dei gesuiti francesi Etudes ripubblica le vignette anti-cattoliche, pochi giorni dopo, assediata dalle critiche, le ritira. Pochi ricordano che già nel 2006 in Vaticano scattò l’allarme rosso quando balenò il sospetto che il discorso pronunciato a Ratisbona da Joseph Ratzinger fu – interpretato in malafede, stravolto per finalità politiche – usato a pretesto per l’uccisione di suor Leonella Sgorbati in una Mogadiscio attraversata dalle corti islamiche. Ancora oggi nessuno in Vaticano pensa di fare di tutta l’erba un fascio e considerare l’islam come un blocco unico. Ma le rappresaglie strumentali di gruppi estremisti mediorientali per le vignette di Charlie Hebdo non erano escluse, né il rischio che correvano le comunità cristiane già duramente perseguitate. A loro si è rivolto oggi Papa Francesco durante l’udienza generale: “Cari fratelli e sorelle, durante il mio viaggio apostolico in Sri Lanka e nelle Filippine, il mio pensiero è andato anche a voi e a tutti i cristiani perseguitati nel mondo”.

L’udienza è stata l’occasione per tornare, implicitamente ma chiaramente, su un’altra espressione che ha choccato più di un cattolico. Volo Roma-Manila, un giornalista, citando l’elogio del Papa ai bambini filippini, ricorda che “secondo dei sondaggi, la maggioranza dei filippini pensa che la crescita enorme della popolazione filippina è una delle ragioni più importanti per la povertà enorme del Paese” e “nella media una donna nelle filippine partorisce più di tre bambini nella sua vita”. Il Papa poco prima aveva definito “profetico” il Paolo VI della Humanae vitae, l’enciclica che vieta ai cattolici i metodi di contraccezione naturale, sottolineando però che lo stesso Montini raccomandava di essere “misericordiosi” con i “problemi personali”. Ora risponde che il numero di tre figli “è importante per mantenere la popolazione”, afferma che serve una “paternità (genitorialità, ndr.) responsabile”, poi ripete un esempio fatto poco prima, quello di una donna “che aspettava l’ottavo e ne aveva sette nati col cesareo: questa è una irresponsabilità. ‘No, io confido in Dio’. ‘Ma guarda, Dio ti dà i mezzi, sii responsabile’. Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile”.

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Apriti cielo. La questione dei conigli rimbalza in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti (dove questa settimana c’è la marcia per la vita) alla Germania (“Non è divertente”, titola la testata Cicero, e protesta anche la Zentralverband Deutscher Rasse-Kaninchenzuechter, assoziazione nazionale dei conigli), dai movimenti cattolici che più promuovono la natalità abbondante ai politici pro life, dal britannico Catholic Herald che esprime i propri “gemiti” di malumore ai social network francesi che – mutuato dal JeSuisCharlie di solidarietà a Charlie Hebdo – pullula di JeSuisLapin (sono coniglio). Critiche aperte, sconcerto, mugugni. Poco importa che già Giovanni Paolo II nel 1994 dicesse: “Il pensiero cattolico è sovente equivocato come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così”. Il Papa, all’udienza di oggi, torna sull’argomento in quello che sembra il desiderio di calmare gli animi: “Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire da alcuni che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica”. I conigli non c’entrano. Ma intanto, in vista del secondo sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia, Jorge Mario Bergoglio ha aperto il dibattito su un altro tema tabù, sinora, dopo la comunione ai divorziati risposati e i gay, quello della fecondazione. Con il suo consueto parlare facile. Apparentemente facile.

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