Cronaca

Quella scala che porta alla filosofia

Già nel settimo secolo avanti Cristo, Talete suscitò il riso di una giovane serva che lo vide cadere in una buca mentre era intento a scrutare il cielo. Che imbranato! avrà pensato. Eppure il filosofo di Mileto proprio grazie ai suoi studi “celesti” diventò ricco. Così Aristotele, nella Politica, racconta l’episodio: “Siccome, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia, avendo previsto in base a calcoli astronomici un’abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n’era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, ma tuttavia non si preoccupano di questo”.

Altro che il pensatore squattrinato e con la testa tra le nuvole! Ma a cosa serve la filosofia? Di risposte ce ne sarebbero diverse. Condivido quella di uno dei più grandi pensatori del Novecento, Ludwig Wittgenstein, secondo cui la filosofia non è una dottrina o un insieme di teorie, più o meno legate tra loro, ma un metodo. La filosofia è una scala, avrebbe detto Wittgenstein, che una volta arrivati all’ultimo gradino si può buttare via. È uno strumento che serve ad analizzare le questioni. Un modo di ragionare, che non ha paura di sollevare dubbi. Un percorso di ricerca, con la consapevolezza che non si arriverà mai a un risultato definitivo. Del resto, come spesso ricordava Freud, “la teoria non impedisce ai fatti di verificarsi”. Anche per questo nelle università tedesche e americane (da tempo ormai i centri in cui si sviluppa il dibattito filosofico) hanno molta più cura a insegnare agli studenti l’approccio critico che le teorie dei grandi pensatori. Anche per evitare di cadere in estenuanti, quanto inutili, circoli viziosi.

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