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Rafah, riaperto il valico tra piano Trump e nuovi venti di guerra. Ma Israele tiene fuori i giornalisti

Dopo mesi di chiusura, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto è stato riaperto al traffico pedonale. Una mossa concordata tra Israele ed Egitto, che consentirà a un numero limitato di palestinesi di lasciare l’enclave o di farvi ritorno. L’apertura, sottoposta a rigidi controlli di sicurezza israeliani e alla presenza di monitor europei, risponde a una clausola del piano di pace promosso dall’ex presidente americano Donald Trump. Ma mentre un varco si apre, altri restano ermeticamente sigillati: Israele continua infatti a vietare l’accesso a Gaza a tutti i giornalisti stranieri, scatenando le proteste delle associazioni per la libertà di stampa.

La riapertura, definita “limitata” dalle autorità israeliane, segna un primo, timido passo verso una parziale normalizzazione dopo l’assunzione del controllo militare del valico da parte di Tel Aviv nel maggio 2024. Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato l’arrivo delle squadre di monitoraggio europee e l’apertura al movimento dei residenti. Tuttavia, permangono stringenti limiti sul numero di viaggiatori autorizzati, lasciando nell’incertezza le decine di migliaia di persone che nei primi nove mesi di conflitto erano riuscite a fuggire verso l’Egitto, spesso pagando tangenti o grazie al sostegno di organizzazioni internazionali.

La chiusura che ha isolato un intero territorio

L’occupazione israeliana del valico e del vicino corridoio di Filadelfia, che corre lungo tutto il confine con l’Egitto, aveva di fatto trasformato Gaza in un’enclave ermeticamente sigillata. Una chiusura che ha avuto conseguenze drammatiche, tagliando una via di fuga cruciale per migliaia di palestinesi feriti o gravemente malati, bisognosi di cure mediche all’estero. Secondo le Nazioni Unite, solo alcuni migliaia di casi sono stati autorizzati a uscire attraverso Israele nell’ultimo anno, una frazione minima rispetto al reale bisogno. Il resto della popolazione, circa due milioni di persone, sopravvive tra macerie, tende di fortuna e abitazioni semidistrutte, in un paesaggio di devastazione che pochi occhi esterni possono testimoniare.

Proprio la mancanza di testimonianze indipendenti è al centro di un acceso braccio di ferro legale. L’Associazione Stampa Estera (Fpa) ha presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana per ottenere l’accesso dei giornalisti stranieri a Gaza, accesso negato fin dall’inizio della guerra. Il governo israeliano, rappresentato dai suoi legali, oppone un netto rifiuto, sostenendo che la presenza dei reporter potrebbe mettere a rischio i soldati israeliani e gli stessi giornalisti. Una posizione respinta con forza dalla Fpa, che accusa Israele di privare l’opinione pubblica mondiale di una fonte vitale di informazioni, sottolineando come molti operatori umanitari e dell’Onu abbiano invece regolarmente accesso al territorio.

Il futuro incerto tra il piano Trump e nuovi venti di guerra

La riapertura di Rafah è uno dei cardini della prima fase del piano di pace di Donald Trump, attualmente nella sua seconda fase di implementazione. Il piano, ambizioso, prevede la governance di Gaza affidata a tecnocrati palestinesi, il disarmo di Hamas e il ritiro delle truppe israeliane in parallelo alla ricostruzione. Tuttavia, lo scetticismo a Tel Aviv è palpabile. Fonti governative israeliane mettono in forte dubbio la volontà del movimento integralista islamico di deporre le armi, e alcuni funzionari ammettono che l’esercito si sta già preparando a un possibile ritorno alla guerra.

I fatti sul terreno non sembrano smentire questa prospettiva. Nonostante il cessate-il-fuoco negoziato da Trump a ottobre, che aveva portato a una precaria sospensione dei combattimenti, la violenza non si è mai completamente spenta. Da allora, secondo i funzionari sanitari di Gaza, gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre 500 palestinesi. I militanti hanno ucciso quattro soldati israeliani. Solo sabato scorso, Israele ha lanciato alcuni dei bombardamenti più intensi dall’inizio della tregua, uccidendo almeno 30 persone in quella che ha definito una risposta a una violazione del cessate-il-fuoco da parte di Hamas. Un episodio che ha dimostrato quanto la situazione rimanga esplosiva.

Una pace fragile e il muro del silenzio

In questo quadro di fragilità, la libertà di informazione diventa un termometro della normalità. La persistente esclusione dei giornalisti internazionali da Gaza non è solo una questione di principio, ma un segnale politico chiaro. Indica una volontà di controllare il racconto di quanto avviene in un territorio dove, nonostante la tregua, la sofferenza umanitaria è estrema e le tensioni politiche sono solo congelate. La decisione della Corte Suprema israeliana sulla petizione della stampa estera sarà dunque un banco di prova fondamentale. Non solo per i diritti dei reporter, ma per capire se a Gaza si sta costruendo un percorso verso una stabilità trasparente o se il muro del silenzio resterà a proteggere le ombre di un conflitto solo sopito. La riapertura di un valico per i civili è un gesto, ma la chiusura delle menti all’informazione potrebbe rivelarsi, alla lunga, una sconfitta per tutti.

Pubblicato da
Eleonora Fabbri