Referendum giustizia, si vota il 22 e 23 marzo. Manca solo il decreto del Quirinale
Il dado è tratto. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo. Lo ha deciso ieri il Consiglio dei ministri, confermando le date anticipate nei giorni scorsi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Stesso weekend anche per le elezioni suppletive in Veneto, nei collegi lasciati vacanti da Stefani e Bitonci.
Manca solo l’ultimo passaggio formale: il decreto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La data chiude una lunga discussione tra maggioranza e opposizione. Il centrodestra voleva votare a inizio marzo, il centrosinistra sperava in aprile. L’obiettivo dei partiti di opposizione e dei comitati per il “no” era chiaro: guadagnare tempo per organizzare una campagna referendaria più efficace contro una riforma che considerano uno strumento per indebolire la magistratura.
La scelta del governo taglia corto. E accelera i tempi di una consultazione che si preannuncia divisiva, nonostante le rassicurazioni di Palazzo Chigi sulla neutralità politica del voto. Intanto a Firenze, durante un convegno di Libertà Eguale Toscana intitolato “La sinistra che vota sì”, è intervenuto Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale. “La riforma Nordio è una riforma liberale, non è la rivincita di Berlusconi e non attua il disegno di Licio Gelli”, ha detto senza mezzi termini.
Barbera difende la riforma: “Non è il piano P2”
Barbera ha respinto le accuse più pesanti rivolte alla riforma. “Gelli prevedeva anche la riduzione del numero dei parlamentari, ma nessuno ha detto ai Cinque Stelle che hanno portato avanti il disegno di Gelli”, ha osservato con ironia. Secondo il costituzionalista, la riforma non tende a delegittimare la magistratura, “anche se ci sono autogol dell’Anm”. La domanda vera, ha concluso, è un’altra: “La riforma rafforzerà o indebolirà l’indipendenza della magistratura? Dobbiamo entrare nel merito”.
Nel frattempo prosegue il tentativo dell’opposizione di complicare le procedure. Il “Comitato della società civile per il no” sta promuovendo una raccolta firme per richiedere un referendum con un quesito leggermente diverso. Secondo l’Unione delle camere penali italiane è un modo per tardare il voto. Per essere valida, la raccolta dovrebbe raggiungere 500mila firme entro il 30 gennaio: al momento è ferma a circa 350mila.
La procedura costituzionale e i precedenti
La riforma è arrivata al referendum perché approvata dal Parlamento senza i due terzi dei voti. Alla Camera ha ottenuto 243 voti favorevoli su 400 deputati, al Senato 112 su 200 senatori. Ben lontana dalla soglia che avrebbe consentito l’approvazione automatica. L’articolo 138 della Costituzione prevede infatti un percorso speciale per le leggi costituzionali: quattro votazioni in totale, due per camera, con almeno tre mesi di distanza tra le due sessioni. Se nella terza e quarta votazione si superano i due terzi, la legge viene automaticamente promulgata. Altrimenti scatta la possibilità del referendum confermativo.
La richiesta va presentata entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta. Servono 500mila firme di cittadini, o un quinto dei membri di una camera, o cinque consigli regionali. Soglie non impossibili da raggiungere, soprattutto quella parlamentare. Una volta raccolte le firme, l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione verifica la regolarità delle richieste entro 30 giorni. Se tutto è in regola, il Consiglio dei ministri chiede al Capo dello Stato di indire il voto. Il presidente ha 60 giorni per farlo, fissando una domenica tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto. Differenza fondamentale rispetto ai referendum abrogativi: non serve il quorum. Basta la maggioranza semplice dei votanti, qualunque sia l’affluenza.
Dal 1948 a oggi, venti modifiche vere alla Carta
Dal 1948 ci sono stati 45 interventi normativi sulla Costituzione. Sedici hanno riguardato statuti regionali o mandati istituzionali, approvati quasi sempre con largo consenso. Le modifiche sostanziali sono state venti. Le ultime quattro volte in cui governo e maggioranza hanno cercato cambiamenti rilevanti, è sempre stato chiesto il referendum: nel 2006 e nel 2016 gli elettori hanno bocciato le proposte, nel 2001 e nel 2020 le hanno approvate.
La riforma in questione prevede la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti (pubblici ministeri) e magistrati giudicanti (giudici). Introduce anche lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due organi distinti, uno per i pm e uno per i giudici. Sono temi tecnici su cui destra e centrosinistra discutono da anni, senza una netta divisione ideologica. Anche nel centrosinistra ci sono esponenti favorevoli ad alcuni aspetti della riforma.
Meloni esclude conseguenze politiche, ma il test è vicino
Nei giorni scorsi Meloni ha chiarito che il risultato del voto non avrà conseguenze sulla stabilità del governo. Una mossa per evitare l’errore di Matteo Renzi nel 2016, quando legò il suo destino politico al referendum costituzionale e fu costretto a dimettersi dopo la vittoria del “no”. Eppure è difficile credere che questa consultazione non avrà un peso politico.
La vicinanza alle elezioni del 2027 rende il referendum un banco di prova importante per la maggioranza. Un test che arriva in un momento delicato, con l’opposizione frammentata e il governo che cerca di consolidare il consenso. Il verdetto degli elettori, tra meno di tre mesi, dirà molto di più di una semplice scelta tecnica sulla giustizia.
