Referendum sulla riforma della giustizia, affluenza oltre il 38% alle 19. Al voto, l’Italia a due velocità
l capo dello Stato si reca alle urne nella sua città natale mentre i dati del Viminale mostrano una partecipazione in crescita costante: al mezzogiorno si era fermata al 14,92%, con punte sopra il 20% in Emilia Romagna e a Bologna. La consultazione, priva di quorum, riguarda sette articoli della Costituzione e la separazione delle carriere in magistratura.
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha superato il 38% di partecipazione alle ore 19 del 22 marzo. Il dato, pubblicato in tempo reale sulla piattaforma Eligendo del Viminale e riferito a più della metà delle sezioni scrutinate (37.979 su 61.533), fotografa una crescita costante rispetto alla prima rilevazione del mezzogiorno, quando ci si era fermati al 14,92%. La consultazione si chiude lunedì 23 marzo alle 15 e non prevede alcun quorum: il risultato sarà vincolante indipendentemente dal numero di elettori recatisi alle urne. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha votato nel pomeriggio al seggio di Palermo, la sua città.
Un Paese a due velocità al voto
Il dato delle 12 aveva già restituito la fotografia di un Paese diviso. Fanalini di coda Calabria e Basilicata, rispettivamente al 9,74% e al 9,84%. In testa l’Emilia Romagna con il 19,5%, seguita da Friuli Venezia Giulia (17,86%), Lombardia (17,55%) e Liguria (17,49%). Il Veneto si è collocato poco sotto, al 17,05%. Tra le grandi città, Bologna ha guidato la classifica con il 21,57%, seguita da Firenze al 20,47%, Genova al 18,51%, Roma al 17,83%, Milano al 17% abbondante. Più distanti Venezia (19,01%), Bari (15,62%) e Napoli (12,15%). Torino si è fermata al 10,75%. Alle 19, secondo le stime diffuse dal Viminale, Milano ha superato il 45% e Bologna il 49%.
Cosa chiede il quesito referendario
Il testo sulla scheda recita: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione […] con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”. In altri termini: si chiede agli elettori di confermare o respingere la legge Nordio, approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. La riforma interviene su sette articoli della Carta. I punti salienti: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, finora liberi di transitare da una funzione all’altra; l’istituzione di due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i giudicanti e uno per i requirenti; la creazione di un’Alta Corte disciplinare, cui vengono trasferiti i poteri sanzionatori attualmente in capo al Csm; l’introduzione del sorteggio per la composizione di tali organi. Chi vota “Sì” conferma la riforma; chi vota “No” la respinge.
Una vigilia di tensioni, post e finestrini in frantumi
Le ultime ore prima del voto non sono state silenziose, nonostante il divieto. Matteo Salvini ha pubblicato sui social una locandina con la scritta “Sì.” Dall’altra parte, l’automobile di Cesare Parodi, presidente dell’Anm e sostenitore del “No”, è stata trovata con il finestrino in frantumi sotto la sua abitazione torinese: nulla risulta asportato dall’abitacolo. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha reso pubblici i messaggi ricevuti sotto un suo post referendario — tra cui auguri di morte — definendoli “gravi e inaccettabili.”
Le ultime dichiarazioni di rilievo sono arrivate via intervista. Giorgia Meloni, su “Il Secolo d’Italia”, ha sostenuto che la riforma introduce per la prima volta un sistema disciplinare “terzo e imparziale” per i magistrati, alternativo al Csm “eletto su base correntizia.” La segretaria del Pd Elly Schlein, su “La Repubblica”, ha invitato a votare “No” per evitare una riforma che a suo giudizio indebolisce la magistratura e danneggia la Costituzione. Arianna Meloni, responsabile della segreteria di Fratelli d’Italia, ha avvertito su “Il Giornale” che chi punta a usare la consultazione come strumento di destabilizzazione del governo si ritroverà con lo stesso esecutivo e una giustizia ancora irrisolta.

Dopo il voto, l’agenda che nessuno vuole aprire
Chiuse le urne, la politica dovrà affrontare tutto ciò che è stato deliberatamente rinviato. Nella maggioranza, il primo nodo è quello legato ai presunti rapporti del sottosegretario Andrea Delmastro con figure vicine al clan Senese: un tema tenuto sotto traccia durante la campagna, ma destinato a tornare in primo piano. Il secondo è la legge elettorale. La proposta con il meccanismo delle preferenze è già depositata in Parlamento; dopo Pasqua potrebbe cominciare l’iter in commissione Affari costituzionali della Camera. L’ipotesi ha già creato qualche nervosismo nella coalizione.
Il campo progressista ha nodi non meno complessi da sciogliere. Il M5s ha in programma una fase di ascolto dei propri iscritti, che potrebbe prolungarsi fino all’estate: il tavolo sul programma comune del centrosinistra non aprirà presto. Nel Pd e in Avs c’è chi vuole accelerare, ma l’agenda è ingombra anche di questioni di perimetro: non è chiaro se Più Europa e Italia Viva siedano al tavolo; Azione sembra orientata a restare fuori. Rimane poi la questione più delicata: chi sfiderà Meloni per Palazzo Chigi. Il tema rimanda inevitabilmente alle primarie, con l’ipotesi di un accordo tra leader di partito che al momento appare poco praticabile. Sullo sfondo, il Pd dovrà anche gestire le tensioni generate da chi — tra ex parlamentari ed esponenti come l’europarlamentare Pina Picierno — ha sostenuto il “Sì” in aperto contrasto con la linea ufficiale.
Le suppletive venete a margine del referendum
In concomitanza con la consultazione sulla giustizia, i cittadini di due collegi veneti sono chiamati anche alle elezioni politiche suppletive per la Camera dei deputati, in sostituzione dei seggi lasciati vacanti da Alberto Stefani — dimessosi il 9 dicembre 2025 dopo l’elezione a presidente del Veneto — e da Massimo Bitonci, uscito il 28 dicembre successivo a seguito della nomina ad assessore regionale.
I due collegi appartengono all’ottava Circoscrizione Veneto 2. Il primo, Veneto 2-01 con centro a Rovigo, comprende l’intera provincia di Rovigo e 36 Comuni del padovano. Vi concorrono Alberto Di Rubba per il centrodestra, Giacomo Bovolenta per il centrosinistra e Giuseppe Padoan con Italia Resiste Libera. Il secondo, Veneto 2-02 con riferimento a Selvazzano Dentro, include 41 Comuni della provincia di Padova. In questo caso i candidati sono quattro: Giulio Centenaro per il centrodestra, Antonino Stivanello per il centrosinistra, Andrea Paccagnella del movimento Ora! e Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia. I residenti di questi Comuni esprimono dunque un doppio voto: referendario e politico.
