Referendum sulla giustizia: il No avanza, ma la partita è ancora aperta. L’Italia si divide sulla toga
Le urne si sono chiuse. Dopo due giorni di voto — domenica 22 e lunedì 23 marzo — il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura consegna all’Italia un’istantanea politica densa di implicazioni. Lo spoglio è in corso, ma la direzione sembra tracciata: il No alla riforma del governo Meloni è in vantaggio.
Con il 37% del campione analizzato dal consorzio Opinio per la Rai, il No si attesta al 53,9% contro il 46,1% del Sì. Con il 25% circa delle schede scrutinate, la forbice si allarga ulteriormente: No al 54,4%, Sì al 45,6%. Non è ancora un risultato definitivo, ma la tendenza è sufficientemente netta da far parlare di una sconfitta politica per l’esecutivo, almeno nella percezione immediata.
L’affluenza, il vero colpo di scena della giornata
Prima ancora del merito, il dato che ha sorpreso tutti è la partecipazione. L’affluenza definitiva sfiora il 59% — un record per un referendum costituzionale confermativo. Alle 23 di domenica si era già al 46,07%, dato inatteso: più alto degli ultimi referendum e superiore a quello registrato nello stesso orario dal referendum sul taglio dei parlamentari del 2020, fermo al 39,37%.
La partecipazione — che non influisce sull’esito perché il referendum confermativo non prevede quorum — ha tuttavia spostato le analisi pre-voto. Secondo i sondaggi, un’affluenza più bassa avrebbe premiato il No, una più alta il Sì. Nessuno aveva immaginato una partecipazione superiore al 55%. Unita Eppure il No regge. Questo dice qualcosa di importante sul gradimento reale della riforma nell’opinione pubblica.
La regione con più affluenza è stata l’Emilia Romagna, seguita da Toscana e Umbria. Maglia nera alla Sicilia. Quotidiano Una geografia politicamente significativa: il Centro-Nord progressista ha votato in massa, e ha votato prevalentemente No.
Il campo di battaglia: cosa era in gioco
La posta in gioco era di rilevanza costituzionale. La riforma prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due Consigli Superiori della Magistratura distinti, selezione dei componenti tramite sorteggio e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Un intervento organico sull’architettura del potere giudiziario, approvato dal Parlamento e poi sottoposto alla conferma popolare.
Il governo Meloni, con Forza Italia in prima fila, lo aveva presentato come una rivoluzione liberale — l’uscita dall’era delle correnti, la fine del “correntismo” che domina il CSM. Per Tajani, la riforma avrebbe reso il Paese “più moderno”, eliminando la “commistione” tra accusa e giudice che lascia “troppo spazio alla politica”.
Di segno opposto la lettura dell’opposizione. Per la segretaria dem Elly Schlein, l’obiettivo era “spaccare il CSM in tre, per indebolire l’indipendenza della magistratura”. Il M5S di Conte ha definito la riforma una “riforma truffa”, sostenendo che “la separazione delle carriere è già nei fatti” e che il progetto nasce dall'”onda lunga della politica che non accetta il controllo di legalità”.
L’incognita Renzi e la geografia dell’astensione strategica
Da segnalare la postura ambigua di Italia Viva: Renzi ha lasciato libertà di voto ai suoi, dichiarando che il referendum era “un po’ sovrastimato da entrambi gli schieramenti”. Una scelta che ha privato il Sì di un potenziale alleato riformista e ha ulteriormente frammentato il fronte del centrosinistra, dove Azione invece ha scelto il Sì, distinguendosi da PD, M5S e AVS.
Le dimissioni di Parodi: il simbolo di una magistratura in subbuglio
Nel mezzo dello spoglio, arriva la notizia laterale ma politicamente eloquente: il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi, si è dimesso. Ufficialmente per “motivi strettamente familiari”, comunicati ai colleghi poco prima della chiusura delle urne. Una tempistica che difficilmente passerà inosservata: che il numero uno dell’ANM lasci proprio il giorno del referendum è, quantomeno, un segnale della tensione interna alla magistratura organizzata, duramente impegnata nella campagna per il No.
Cosa cambia ora
Se il No dovesse consolidarsi, la riforma costituzionale è respinta e il sistema resta invariato. Per il governo Meloni si aprirebbe una stagione politicamente delicata: una sconfitta referendaria non comporta la caduta dell’esecutivo — i numeri in Parlamento rimangono solidi — ma ridimensiona l’ambizione riformatrice della legislatura sul fronte della giustizia. Secondo alcune analisi già in circolazione, un’eventuale vittoria del No potrebbe aprire la strada a un rimpasto di governo, con l’uscita dei ministri “sacrificabili”.
La partita è ancora aperta numericamente, ma politicamente il referendum ha già prodotto il suo effetto più duraturo: ha riportato quasi sei italiani su dieci alle urne su un tema considerato ostico e tecnico. Un segnale che il paese, quando la posta è alta, sa ancora scegliere.
