Referendum sulla giustizia, vince il NO: cosa rimane in piedi dopo il verdetto popolare

GOVERNO: OK RESPONSABILITA' CIVILE GIUDICI, GOVERNO BATTUTO

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 chiude un capitolo lungo e tormentato del dibattito istituzionale italiano. Con un’affluenza del 58,93% — dato significativo in un paese storicamente restio alla partecipazione referendaria, e superiore al 50,78% registrato nel 2020 sul taglio dei parlamentari — il corpo elettorale si è pronunciato contro la modifica di sette articoli della Costituzione. La legge approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 decade definitivamente.

Non è un esito banale. I referendum costituzionali ex articolo 138 sono strumenti rari e delicati: richiedono maggioranze qualificate o tempi lunghi, e la consultazione popolare è prevista solo su richiesta di minoranze parlamentari o di forze sociali. Che oltre la metà degli aventi diritto si sia recata alle urne su una materia tecnica come l’ordinamento giudiziario dice qualcosa sulla percezione diffusa della posta in gioco.

Cosa rimane in piedi: il quadro costituzionale

La sconfitta del “Sì” preserva l’impianto vigente dell’articolo 104: la magistratura resta “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM continua come unico organo di autogoverno, con composizione mista — togati eletti dai magistrati, laici eletti dal Parlamento — e presieduto dal Presidente della Repubblica.

Non nasce l’Alta Corte disciplinare con i suoi quindici membri misti. Non si attivano due CSM distinti per funzione giudicante e requirente. Non entra in vigore il meccanismo di sorteggio per i membri laici da elenchi parlamentari. Il magistrato continua ad accedere alla professione con un unico concorso e a muoversi — nei limiti già introdotti dalla riforma Cartabia del 2022 — tra funzioni requirenti e giudicanti.

È importante non equivocare: la riforma Cartabia aveva già introdotto una separazione funzionale significativa, limitando i passaggi di carriera a una sola volta nel corso della vita professionale. Quella che il referendum ha bloccato era una separazione ordinamentale e costituzionale, ben più radicale, che avrebbe ridisegnato l’intera architettura istituzionale della magistratura.

Il significato costituzionale: una riforma legittima, un metodo contestato

Il merito della riforma era tutt’altro che privo di fondamento. L’idea di separare strutturalmente il giudice — chiamato a decidere in posizione di terzietà — dal pubblico ministero — parte accusatrice nel processo — ha una logica garantista solida, radicata nel sistema accusatorio introdotto con il codice di procedura penale del 1989 e poi consacrato nell’articolo 111 della Costituzione riformato nel 1999. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio lo ha ricordato esplicitamente nel suo commento post-voto, citando il progetto originario di Giuliano Vassalli come ispirazione storica della riforma.

Eppure anche voci favorevoli alla separazione delle carriere nel merito hanno giudicato criticamente il percorso seguito. Riccardo Magi, segretario di +Europa, pur dichiarandosi personalmente favorevole alla riforma, l’ha definita “scritta male e propagandata peggio”, criticando la chiusura di ogni spazio di confronto parlamentare e l’assenza di apertura agli emendamenti. È una distinzione che il dibattito pubblico ha spesso trascurato, ma che ha peso istituzionale: una riforma costituzionale non è un provvedimento ordinario, richiede per sua natura un processo deliberativo più ampio e condiviso.

Le reazioni: uno spettro politico che si ricompatta sulla democrazia

Ciò che colpisce nelle reazioni post-voto è la convergenza formale sul rispetto del verdetto popolare, trasversale a tutti gli schieramenti.

Nel centrodestra, le dichiarazioni di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani condividono il registro del rispetto istituzionale. La presidente del Consiglio parla di “occasione persa di modernizzare l’Italia” ma rivendica la coerenza del percorso: il governo ha mantenuto l’impegno preso nel programma elettorale, portando avanti la riforma fino alla consultazione popolare. Antonio Tajani, segretario di Forza Italia e vicepremier, sottolinea l’alta partecipazione come “grande prova di democrazia”, indipendentemente dall’esito, aggiungendo che gli italiani “sono stati di diverso avviso” e che questo viene accolto “con il massimo rispetto”.

Matteo Salvini, segretario della Lega e vicepremier, guarda avanti dichiarando che “il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”, riconoscendo al tempo stesso che “i cittadini si sono espressi” e che “hanno sempre ragione”. Carlo Nordio, ministro della Giustizia e padre della riforma, afferma di aver “impiegato tutte le energie per spiegare la complessità” del provvedimento, e si astiene dall’attribuire al voto un significato politico, ringraziando chi ha dato fiducia al progetto riformatore. Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, guarda alla tenuta della coalizione: “non ci sarà nessuna resa dei conti”, e rilancia il tema della legge elettorale come prossima priorità per garantire la governabilità.

Nel centrosinistra, Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, legge nel risultato un mandato preciso per il governo: smettere di stare “chiuso nel palazzo” e occuparsi delle “vere priorità” del paese, dalla sanità al caro energia alle politiche industriali. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, usa il tono più netto: “questo è un avviso di sfratto a questo governo, un segnale politico fortissimo”. Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, interpreta il voto come la conferma che “esiste un’opposizione maggioritaria nel paese” attorno alla quale costruire un’alternativa programmatica.

Carlo Calenda, leader di Azione, offre una lettura più sistemica, inserendo il risultato in un contesto più ampio di percezione dell’esecutivo, e suggerisce che “la vicinanza a Trump abbia danneggiato molto” il governo. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, punta il dito sul metodo: una riforma “scritta a Palazzo Chigi e imposta al Parlamento” senza un autentico iter costituzionale. Riccardo Magi, segretario di +Europa, chiude con un’indicazione programmatica: ora che la riforma è stata respinta, il tema giustizia deve essere ripreso da chi è “davvero garantista”, nell’ottica della depenalizzazione, della dignità carceraria e della fine dell’uso politico del diritto penale.

La giustizia non sparisce dall’agenda

Il “No” non archivia il tema. La questione dell’equilibrio tra magistratura requirente e giudicante, tra autonomia della magistratura e controllo democratico, tra efficienza del processo e garanzie dell’imputato, rimane aperta e strutturale nel sistema italiano.

Ciò che il referendum ha chiarito è che modificare la Costituzione in materia di ordinamento giudiziario richiede un consenso più largo di quello che una maggioranza parlamentare, da sola, può costruire. È una lezione istituzionale prima ancora che politica: le riforme costituzionali hanno bisogno di legittimità condivisa, non solo di voti sufficienti.

Il sistema giustizia italiano — con i suoi tempi, le sue inefficienze, i suoi nodi irrisolti tra garanzie e accountability — continuerà a richiedere interventi. La domanda che si apre ora è se la classe politica nel suo insieme saprà affrontarla con gli strumenti del confronto aperto, invece che della contrapposizione.