Editoriale

Renzi-Zingaretti, parte la caccia ai militanti

“Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo”. Matteo Renzi gliele canta a Nicola Zingaretti, con musica e parole di Francesco De Gregori. Con l’ironico Karaoke di Radio Rock, il leader di Italia Viva rimarca l’addio al Pd, cantando “Rimmel”.  Una canzone definita dallo stesso ex premier “di addio”. “Una canzone degli innamorati che si lasciano”, ha detto prima di cominciare a esibirsi. E, tra rivisitazioni e licenze poetiche, Renzi ha commentato alla fine “Perfetta! ‘Amici come noi’. Noi siamo amici e ci lasciamo con affetto” ma “le labbra spediscile ad un altro”. Si sa, nell’ironia, regna sempre uno spirito di verità. E nel caso del duo Renzi-Zingaretti è noto che tra loro è già iniziata la sfida sul chi è il vero leader. Di sassi nelle scarpe da togliersi, l’ex rottamatore ne ha tanti. Da quando se n’è andato dal Nazareno, già qualcuno l’ha tirato fuori. Ora in molti aspettano la sua mossa finale che dovrebbe arrivare dalla vecchia stazione della Leopolda.

Intanto, è già partita la guerra delle tessere. Sarà uno scontro fino all’ultimo iscritto. Zingaretti teme l’effetto “vampirismo” di Renzi. La paura del segretario Pd, in pratica, è quella di una transumanza di suoi tesserati verso Italia Viva. È così il governatore del Lazio dà il via alla campagna tesseramento. Dal 6 ottobre, in tutta Italia, saranno allestiti oltre mille banchetti dove potersi iscrivere al Partito democratico o rinnovare la tessera. Ma Zingaretti gioca anche la partita in Rete, per non essere da meno del suo avversario, dando vita anche all’iscrizione on line tramite la nuova AppPd. D’altronde, la politica della sezione di partito, dove i militanti andavano a iscriversi soldi in mano, non c’è più da qualche lustro. Ora nelle poche sezioni (circoli) rimaste del Pd ci sono soprattutto over 50, persone che si sono formate politicamente in un’altra epoca. Da qui la strategia di Zingaretti di accaparrarsi iscritti dem giovani, essendo consapevole che Renzi su questo terreno potrebbe sfondare.

Già, perché gli anni di Renzi segretario hanno in parte cambiato la fisionomia dell’iscritto classico al Pd: molti che si collocavano più a sinistra sono usciti mentre sono entrati molti renziani, con il risultato inedito che tra gli iscritti i renziani fino a qualche mese fa risultavano più numerosi che tra gli elettori. Anche Renzi, intanto, ha avviato la macchina del tesseramento, coerentemente con la sua idea di partito all’americana, ha già annunciato che l’iscrizione a Italia Viva potrà avvenire solamente on line: contro i signori delle tessere soprattutto al Sud, è la motivazione ufficiale, ma soprattutto per facilitare la partecipazione politica delle nuove generazioni e di chi è estraneo alla cultura della tessera cartacea e della sezione fisica del partito.

In sostanza, anche la guerra delle App è cominciata. Renzi frattanto non perde la scena, e continua a tuonare contro il suo ex Pd. Un partito “totalmente involuto”. Le parole dell’ex premier suonano come una condanna per Zingaretti e per la “vecchia Ditta”, che, come ricordava sempre Renzi nell’intervista a Repubblica con cui annunciò la sua uscita dal partito, per 7 anni lo ha sempre massacrato sotto i colpi del “fuoco amico”. Il fatto è che chi pensava che la fuoriuscita dell’ex premier e dei suoi più affezionati sodali potesse finalmente liberare il campo per far spiccare il volo alla leadership di Zingaretti, al momento, è rimasto deluso. Anzi, da quando si è consumata la “scissione di palazzo” ad opera dell’ex rottamatore, la leadership di Zingaretti sembra perdere quota.

I maligni ricordano che già il segnale era arrivato ben chiaro a tutti fin dal giorno della prima Direzione post-scissione (ed anche la prima della nuova era politica giallo-rossa), in cui – cosa mai successa da quando è nato il Pd – la relazione introduttiva non è stata declamata dal leader, ma dal suo vice, Andrea Orlando. “Una cosa del genere non s’è mai vista”, dicevano attoniti allora i delegati in sala. “Sicuramente ha tenuto qualche annuncio forte per le conclusioni”. E invece, niente, la replica finale fu una vaga dichiarazione di intenti, con rinvio di una nuova riunione a data da destinarsi. Questo episodio spiega bene il modo in cui Zingaretti sta esercitando la sua leadership. Ma questa è un’altra storia.

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