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Riforma elettorale, il testo c’è ma il cantiere è appena aperto: FdI prepara l’emendamento sulle preferenze

Depositato il testo, riparte il tiro alla fune. Il centrodestra ha chiuso l’intesa su una proposta di riforma elettorale di impianto proporzionale con premio di maggioranza, ma gli strascichi di un accordo in cui tutti hanno dovuto cedere qualcosa sono già visibili.

Il percorso parlamentare è formalmente avviato, l’esame spetterà alla commissione Affari costituzionali della Camera presieduta dall’azzurro Nazario Pagano, che ha già assicurato carattere di “priorità” ai lavori. La settimana prossima, dopo l’assegnazione ufficiale, il tema approderà in ufficio di presidenza; quella successiva dovrebbe scattare l’esame nel merito. Ma il dibattito reale — quello sulle questioni irrisolte — è già cominciato fuori dall’aula.

Fratelli d’Italia non archivia le preferenze

Il nodo più scoperto riguarda Fratelli d’Italia. Il mandato affidato da Giorgia Meloni ai suoi negoziatori era difendere l’inserimento delle preferenze dirette. Il partito la considera una battaglia identitaria di lunga data, e la leader in più occasioni aveva preso posizione contro il principio delle liste bloccate. Eppure le liste bloccate sono presenti anche in questa proposta, complice la resistenza della Lega — che aveva minacciato di far saltare il tavolo in caso contrario — e la freddezza di Forza Italia.

Per i meloniani non è però accettabile ammainare la bandiera senza combattere. Giovanni Donzelli, responsabile dell’Organizzazione e uno degli sherpa al tavolo, ha già tracciato la rotta: “Presenteremo l’emendamento e affronteremo il dibattito in Parlamento con serenità e rispetto delle opinioni di tutti”. La logica sottesa è trasparente: non si è riusciti a convincere la maggioranza di governo, ma si punta a costruire una maggioranza parlamentare diversa. A fiancheggiare FdI su questo terreno ci saranno Noi Moderati e l’Udc: sia Maurizio Lupi sia Antonio De Poli hanno annunciato analoga intenzione.

La Lega tace, il peso degli uninominali perduti

Se Forza Italia mostra soddisfazione per l’esito della trattativa — con Raffaele Nevi che sottolinea come la proposta vada nella direzione di far “decidere ai cittadini chi governa per cinque anni” senza “trattative di palazzo” —, dalla Lega arriva un silenzio che parla da solo. Pesa la rinuncia ai collegi uninominali: per un partito radicato al Nord, quei collegi rappresentavano un bacino di seggi tutt’altro che marginale.

Una concessione difficile da metabolizzare anche internamente, tra i parlamentari che vi avevano costruito le loro aspettative. Da via della Scrofa, tuttavia, si fa notare che il raffronto con il 2022 è meno favorevole di quanto sembri. In quell’occasione i collegi considerati “sicuri” furono assegnati sulla base di sondaggi che accreditavano il Carroccio intorno al 15%. Il risultato reale si fermò sotto il 9%. Con quei numeri, il colpaccio non sarebbe arrivato nemmeno a legge invariata.

Il ballottaggio che preoccupa i costituzionalisti

Oltre alle critiche delle opposizioni — che hanno parlato di “proposta irricevibile” — crescono le perplessità tecniche sollevate da alcuni costituzionalisti. Il punto più controverso riguarda il meccanismo del ballottaggio, che scatta quando due formazioni o coalizioni non raggiungono il 40% dei consensi necessario per ottenere il premio ma superano entrambe la soglia del 35%.

Come è scritta la norma, esistono scenari in cui i due turni possono produrre esiti differenti tra Camera e Senato, con la conseguenza paradossale che la legge non garantirebbe quella “stabilità” che è dichiarata come obiettivo primario. Fonti vicine al dossier della maggioranza assicurano che anche questa criticità sarà affrontata e corretta nel corso della discussione parlamentare. C’è poi chi fa notare un effetto collaterale non previsto: lasciare in piedi l’opzione del ballottaggio potrebbe alimentare nel Movimento 5 Stelle la tentazione di una corsa solitaria, indebolendo la prospettiva del campo largo.

Settanta seggi e il listone come valuta di scambio

Non è casuale che le attenzioni dei negoziatori si siano già spostate sul premio di maggioranza. Settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a palazzo Madama, assegnati attraverso un listone: è lì che si concentra la vera posta.

In caso di vittoria elettorale, quel listone diventerà lo strumento attraverso cui distribuire le “compensazioni” tra alleati. Chi ha rinunciato a qualcosa nella trattativa di oggi conta di recuperare terreno nella composizione delle liste di domani. La riforma elettorale, in questa prospettiva, non è solo una questione di ingegneria istituzionale: è già una partita di potere interno alla coalizione.

Pubblicato da
Giuseppe Novelli