S’alza il sipario su Board of Peace: Trump recita la parte del costruttore di pace ma i conti restano in sospeso

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La prima riunione del Board of Peace si è tenuta a Washington con la solennità che Donald Trump riserva alle proprie iniziative personali: discorso dal podio, toni da comizio, chiusura sulle note dei Village People. Quello che mancava, invece, erano i conti esatti, gli alleati principali della Nato e una risposta alla domanda più semplice: chi pagherà davvero?

L’istituzione — voluta, battezzata e presentata come “prestigiosa” dal presidente americano — ha riunito per la prima volta i suoi nove membri fondatori. Sul tavolo, impegni per sette miliardi di dollari. Trump ha annunciato altri dieci, a carico degli Stati Uniti, senza precisarne la provenienza: quei fondi dovranno essere approvati dal Congresso, passaggio tutt’altro che scontato. La somma dichiarata ammonta dunque a diciassette miliardi. Le stime per la ricostruzione della Striscia di Gaza, ridotta a un campo di macerie da sedici mesi di guerra, si attestano intorno ai settanta. Il disavanzo è di proporzioni che nessuno, in sala, ha ritenuto necessario commentare.

L’Italia era presente in veste di osservatore, rappresentata dal viceministro degli Affari Esteri Antonio Tajani. Gli alleati principali dell’Alleanza Atlantica — Germania, Francia, Regno Unito come membro collettivo — non erano in sala.

Trump e il Palazzo di Vetro: tutela o sorveglianza

La questione delle Nazioni Unite ha attraversato l’intera giornata come una corrente sotterranea. Il timore diffuso è che il nuovo organismo aspiri a sostituire, o quanto meno a ridimensionare, il ruolo del sistema multilaterale fondato nel 1945. Trump ha risposto con una formula ambigua: il Board “rafforzerà” il Palazzo di Vetro e “quasi lo controllerà, accertandosi che sia gestito propriamente”. Una dichiarazione che non chiarisce, anzi complica: nessuna norma dello Statuto delle Nazioni Unite prevede organismi di supervisione esterna, tanto meno di natura privata o para-governativa americana. Il presidente ha aggiunto di voler incontrare a breve il segretario generale uscente António Guterres, senza fornire dettagli.

Più netto il registro quando il discorso è scivolato sull’Iran. Dal medesimo podio, Trump ha rinnovato le minacce di “cose brutte” qualora Teheran non sottoscriva un accordo sul nucleare. I tempi indicati sono stretti: “probabilmente nei prossimi dieci giorni”. Nel frattempo, le forze militari statunitensi si moltiplicano in Medio Oriente. Gli osservatori internazionali tracciano paragoni con il 2003, anno dell’invasione dell’Iraq condotta sulla base di prove di armi di distruzione di massa che si rivelarono inesistenti.

Blair, le spiagge e l’età mediana di diciannove anni

Proprio uno dei protagonisti di quella stagione sedeva in prima fila al debutto del Board of Peace: Tony Blair, ex primo ministro britannico, tra i principali architetti politici dell’intervento in Iraq, fautore convinto della tesi sulle armi chimiche poi smentita. La sua presenza non ha suscitato imbarazzo visibile. Dal podio, Blair ha descritto Gaza non come un territorio devastato ma come un’opportunità economica: “Venticinque miglia di costa mediterranea, la vicinanza a grandi mercati regionali e globali, e una popolazione giovane e dinamica con un’età mediana di diciannove anni.” Un catalogo da prospetto immobiliare, pronunciato su una Striscia in cui, secondo le stime più recenti, oltre il quaranta per cento delle strutture abitative risulta distrutto o gravemente danneggiato.

Toni analoghi percorrevano il materiale promozionale distribuito all’evento: un video, realizzato con il concorso dell’intelligenza artificiale, che promette “un nuovo futuro” di grattacieli e automobili su strade che evocano le periferie americane. Mark Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management e membro esecutivo del Board, ha illustrato un piano articolato in due fasi: centomila abitazioni per cinquecentomila residenti nella prima, con cinque miliardi in infrastrutture; quattrocentomila abitazioni per l’intera popolazione di Gaza nella seconda, con oltre trenta miliardi di investimenti. Tempi, modalità di finanziamento e garanzie di sicurezza non figuravano nella presentazione.

La colonna sonora del mandato di medio termine

Sullo sfondo, con una trasparenza che raramente si riscontra nella comunicazione politica, aleggiava il calendario elettorale americano. Le elezioni di medio mandato, con cui si gioca il controllo del Congresso, sono fissate a novembre. La canzone dei Village People — colonna sonora ricorrente dei comizi presidenziali — ha chiuso l’evento. Il vicepresidente JD Vance ha completato il quadro rivolgendosi direttamente al pubblico americano: “Siamo qui per salvare vite, per promuovere la pace, ma questa iniziativa crea prosperità per gli americani. I paesi qui rappresentati valgono migliaia di miliardi di investimenti in America che non sarebbero stati possibili senza questo presidente”.

La pace come leva commerciale, la ricostruzione come argomento elettorale. È una logica coerente, a modo suo. Purché i settanta miliardi necessari smettano di essere un problema di aritmetica e diventino, come nei video generati dall’intelligenza artificiale, una certezza già costruita.