Economia

Si sblocca il Tfr degli statali. Durigon: ci sono voluti quasi due anni, è assurdo

I dipendenti pubblici finalmente potranno ottenere l’anticipo della buonuscita. Era ora. Ci sono voluti quasi due anni per varare i relativi decreti attuativi e mettere la relativa macchina burocratica in azione. E ora è lo stesso dipartimento della Funzione pubblica ora a sollecitare le diverse amministrazioni a comunicare all’Inps (gestore di uno specifico Fondo) i dati relativi al proprio personale collocato in pensione, consentendo all’ente previdenziale di rilasciare la certificazione di diritto al trattamento entro 90 giorni dalla domanda. Parliamo dell’anticipo del Tfs/Tfr (Trattamento di fine servizio/fine rapporto) ovvero la possibilità per i lavoratori della pubblica amministrazione, in questo caso, di richiedere l’anticipo di una quota del proprio trattamento di fine servizio entro la cifra massima di 45 mila euro. Una possibilità che riguarda sia per chi ha raggiunto i requisiti ordinari per la pensione anticipata o quella di vecchiaia, sia per chi ha invece optato per “Quota 100”. Una norma tanto attesa per i lavoratori in quiescenza e contrassegnata come decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4. In tempi di Conte 1, per intenderci. “È una norma che abbiamo fatto io e Massimo Caravaglia (ex viceministro dell’Economia, ndr) – ci dice Claudio Durigon della Lega, ex sottosegretario per il Lavoro -. Ma il dato vero e preoccupante è aspettare più di un anno e mezzo per un decreto attuativo, in un momento in cui la crisi economica in Italia è inarrestabile”.

Quindi, per il deputato e segretario della Lega nel Lazio, “occorre cambiare marcia” partendo proprio da “una riforma della burocrazia”. E qui si ripropone con forza l’annosa questione dei decreti attuativi, indispensabile per trasformare gli annunci di un governo in atti concreti per i cittadini. Insomma, finalmente si può applicare una legge che di certo ridimensiona le disparità tra i dipendenti privati e pubblici. Mentre i primi, infatti, ricevono il loro Tfr in un’unica soluzione e poche settimane dopo essere andati in pensione, i dipendenti pubblici finora non solo dovevano attendere anche più di due anni ma inoltre ricevevano decorrenze frazionate rispetto all’importo totale spettante. Peraltro, il superamento di questa discrepanza di trattamento era stato anche auspicato dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 159 del 2019. La Funzione Pubblica ha anche attivato una piattaforma telematica per fornire tutte le indicazioni operative alle pubbliche amministrazioni, in modo che possano certificare (o direttamente o come accade generalmente attraverso l’Inps) agli interessati all’anticipo del Tfs, entro 90 giorni.

Questa documentazione è necessaria al neo pensionato per rivolgersi alle banche e ottenere il finanziamento dell’anticipo della buonuscita. Non a caso nella circolare emanata dalla Funzione pubblica alle amministrazioni si sottolinea che l’Inps è in condizioni di calcolare e certificare l’importo della buonuscita “solo dopo aver ricevuto da parte dell’amministrazione di appartenenza del richiedente i dati giuridici ed economici necessari al calcolo della prestazione”. Per ottenere l’erogazione dell’anticipo del Tfs, l’interessato dovrà inoltrare domanda alla sua amministrazione. Entro 90 giorni, l’Inps comunicherà al richiedente, la certificazione del diritto all’anticipo. A quel punto, il dipendente potrà presentare richiesta alla banca che effettuerà, a sua volta, l’istruttoria. Accettata la proposta, l’istituto di credito comunicherà all’Inps e allo stesso richiedente, l’avvenuta presentazione della domanda di anticipo Tfs. Entro 30 giorni, l’ente di previdenza, effettuate le verifiche necessarie, comunicherà alla banca la presa d’atto della conclusione del contratto. E così entro due settimane, il pensionato avrà in tasca il tanto agognato anticipo della sua buonuscita.

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