Sicilia, l’Ars affossa ancora il terzo mandato: franchi tiratori decimano la maggioranza

Il Parlamento regionale ha respinto con 43 voti contrari e soli 18 favorevoli il disegno di legge che avrebbe equiparato i diritti dei sindaci siciliani dei comuni tra 5 e 15mila abitanti a quelli vigenti nel resto d’Italia, con almeno una ventina di deputati della coalizione di governo che hanno votato contro la propria maggioranza.

Il parlamento siciliano

Il parlamento siciliano

Per la seconda volta in meno di un mese l’Assemblea regionale siciliana ha affossato la norma che avrebbe consentito ai sindaci dei comuni tra 5 e 15mila abitanti di candidarsi per un terzo mandato. Il 17 febbraio era caduto l’articolo inserito nella riforma degli Enti locali; stavolta tocca al disegno di legge autonomo, una norma secca di recepimento della legislazione nazionale. Il risultato del voto segreto è stato ancora più netto: 43 contrari, 18 favorevoli.

I capigruppo di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega avevano dichiarato voto favorevole. In aula erano presenti circa quaranta deputati di maggioranza. I conti non tornano, e non tornano in misura vistosa: almeno una ventina di parlamentari del centrodestra ha votato contro la propria linea ufficiale. Pd e M5S, apertamente contrari, contano su 21 deputati: il peso dei franchi tiratori interni alla coalizione di governo è dunque determinante.

Una sconfitta peggiore della precedente

La differenza rispetto al precedente voto del 17 febbraio non è solo quantitativa. Allora la bocciatura aveva sorpreso; stavolta era nell’aria, ma le proporzioni hanno comunque colpito. “Era prevedibile che il ddl sarebbe stato bocciato, ma era difficile immaginare numeri così imbarazzanti per il centrodestra”, ha detto Michele Catanzaro, capogruppo del Pd all’Ars.

Catanzaro ha respinto in anticipo ogni tentativo di scaricare la responsabilità sul meccanismo del voto segreto: “I problemi sono tutti dentro la maggioranza”. Ha poi ricordato che il suo gruppo aveva già suggerito di posticipare la discussione all’esito della prossima tornata elettorale, auspicando che “nella prossima occasione la discussione possa avvenire in un clima migliore”. L’appello dei sindaci e la doppia diffida formale arrivata all’Ars non hanno spostato di un voto né l’opposizione né i dissidenti interni. La norma è caduta senza attenuanti.

L’opposizione: “Governo in coma profondo”

Il capogruppo del M5S Antonio De Luca non ha usato mezze misure. “Quarantatré voti per affossare il disegno di legge sono un’enormità”, ha dichiarato, definendo la maggioranza “ormai letteralmente liquefatta”. De Luca ha allargato il quadro agli “scandali e alle inchieste giudiziarie che con puntuale e preoccupante ripetitività travolgono l’esecutivo” e ha invitato il presidente Schifani ad “avere un sussulto di orgoglio e staccare la spina a questo esecutivo ormai in coma profondo”. Catanzaro, dal canto suo, ha parlato di “ennesima Waterloo” per il governo regionale, aggiungendo una domanda retorica che riassume lo stato d’animo dell’opposizione: “Ma come fanno a non avere la percezione della realtà?”.

Anci Sicilia apre la questione istituzionale

La voce più pesante, sul piano istituzionale, è arrivata da Anci Sicilia. Il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano hanno preso atto della bocciatura sottolineando che la norma respinta avrebbe adeguato la disciplina regionale “alle indicazioni più volte espresse, a tutela dei diritti fondamentali, dalla Corte costituzionale, da ultimo con la recente sentenza n. 16 del 2026 relativa alla legge regionale della Valle d’Aosta”.

Dopodiché hanno posto una domanda destinata a restare sul tavolo: è davvero utile ai territori siciliani mantenere una specialità in materia di ordinamento degli enti locali che produce norme in contrasto con il quadro nazionale e con la giurisprudenza costituzionale? O sarebbe più opportuno prevedere “un sistematico adeguamento alle norme approvate a livello nazionale, evitando conflitti interpretativi, incertezze applicative e un continuo contenzioso che finisce per ricadere sui comuni e, in ultima istanza, sugli interessi degli stessi cittadini?” La domanda, ha concluso Amenta, richiede “il coraggio di porcela d’ora in avanti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Domenico Venuti, presidente di Autonomie locali Sicilia, che ha definito l’esito “un’ennesima occasione persa”, ricordando che il Parlamento era chiamato a “recepire gli esiti di una sentenza della Corte costituzionale e ad eguagliare i diritti dei siciliani a quelli di tutti gli altri italiani”. Un’assunzione di responsabilità che, ha aggiunto, “così non è stata”.