Spagna al voto con rischio ingovernabilità. Socialisti verso vittoria

26 aprile 2019

Dopo otto anni, Pedro Sanchez si avvia a portare di nuovo il partito socialista spagnolo ad una vittoria elettorale: ma il suo trionfo personale potrebbe essere l’unica e forse effimera certezza di un voto che – stando ai sondaggi – domenica sancirà la nascita di un Parlamento privo di maggioranze stabili e a rischio di crisi di governabilità a breve termine. Il Psoe è accreditato di circa 130 seggi, ben lontano dalla maggioranza necessaria di 176 anche con l’ausilio degli alleati di sinistra Unidos Podemos, di poco sopra la trentina; dall’altra parte, la somma delle litigiose destre del Partido Popular e Ciudadanos con la nuova ultradestra di Vox non arriverebbe a 160, e senza alcuna prospettiva di possibili altri appoggi. Sanchez, se vuole governare, dovrà quindi farlo in coalizione, e qui i margini di manovra sono assai ristretti. A meno che il voto degli indecisi della sinistra non dia una decisiva spinta a UP (il cui numero uno Pablo Iglesias è il leader che è uscito meglio dai due dibattiti televisivi pre-elettorali), l’unico modo di ottenere una maggioranza è quella di arruolare invece la destra neoliberale di Ciudadanos (ma stando ai sondaggi, non è affatto certo che la somma possa arrivare a 176) oppure accettare l’appoggio dei partiti nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi.

La prima strada – sempre che l’artimetica la rendesse percorribile – avrebbe un vantaggio numerico: la più solida maggioranza possibile col minor numero di soci. Ma da ogni altro punto di vista, potrebbe causare al Psoe gravi problemi politici, di certo difficili da contenere per un’intera legislatura senza il rischio di una dura punizione alle prossime politiche. Nel corso dell’ultima campagna C’s (nome completo in spagnolo è Ciudadanos – Partido de la Ciudadanía) si è buttato alla conquista del voto della destra anche più estrema, non certo di quello moderato di centro (al quale mira invece lo stesso Psoe): una coalizione alienerebbe ai socialisti l’appoggio di tutta la sinistra, metterebbe a rischio quell’immagine di progressismo che Sanchez ha voluto comunque proiettare nei confronti del suo elettorato più tradizionale e – non ultimo – chiuderebbe la porta a qualsiasi soluzione politica al conflitto catalano. D’altronde, l’alternativa non appare particolarmente attraente se l’obbiettivo di Sanchez è quello di rimanere alla Moncloa per i prossimi quattro anni: una riedizione del “patto della mozione di sfiducia” di luglio scorso, che una volta assolta la sua funzione di cacciare Mariano Rajoy dal governo è naufragata alla prima legge di bilancio.

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Nulla fa pensare che un analogo destino non sia dietro l’angolo: per quanto gli indipendentisti catalani abbiano lanciato segnali di distensione, dicendosi disposti a tutto pur di favorire un’investitura di Sanchez senza precondizioni, è difficile immaginare che a un certo punto non presentino il conto: e il leader del Psoe è altrettanto a corto di contante politico di quanto lo era due mesi fa. Inoltre, il prossimo esecutivo – se durerà sufficientemente a lungo – dovrà gestire anche la sentenza del processo ai leader indipendentisti, con in ballo la delicata situazione di un possibile indulto che per la destra è un’anatema: ma se non arrivasse, Sanchez rischierebbe di ritrovarsi con un esecutivo di minoranza ancor meno praticabile. L’unica via di uscita per il Psoe potrebbe essere la conquista di una maggioranza al Senato, attualmente nelle mani dei conservatori: in questa eventualità diverrebbe possibile aprire un tavolo per una riforma costituzionale, ma va tenuto conto del fatto che se la maggioranza degli spagnoli è in astratto favorevole alla necessità di rivedere la Carta del 1978, non esiste alcun consenso sui contenuti effettivi della riforma. Lo scenario è dunque quello di un’altra legislatura all’insegna dell’instabilità e del conflitto: un genere di vittoria che forse il Psoe avrebbe preferito evitare.

da sinistra: Pedro Sanchez, Pablo Casado, Albert Rivera e Pablo Iglesias

I SONDAGGI

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Come detto, il partito socialista del primo ministro Pedro Sanchez è largamente favorito nei sondaggi per le elezioni spagnole di domenica. In un’intervista a El Pais, il primo ministro ha lanciato oggi un appello al voto utile contro l’avanzata della destra, aprendo ad una futura alleanza con la sinistra radicale di Podemos. Sull’esito del voto pendono l’incognita di un 26% di indecisi e del partito di estrema destra Vox, che entrerà per la prima volta in parlamento. In Spagna sono vietati i sondaggi nella settimana precedente al voto. L’ultimo rilevamento risale a domenica scorsa, prima dei due dibattiti televisivi con i quali i leader politici hanno cercato di convincere gli indecisi. Sul podio televisivo sono saliti Sanchez, il leader di Podemos, Pablo Iglesias, il nuovo leader del partito popolare Pablo Casado e Albert Rivera, di Ciudadanos. Tutti uomini e tutti giovani- con i suoi 47 anni Sanchez è il più anziano, mentre gli altri hanno fra i 38 e i 40 anni- i quattro rappresentano una nuova generazione di politici spagnoli, che però non è ancora riuscita a trovare un nuovo equilibrio per governare il paese. Il leader di Vox, il 43enne Santiago Abascal, è stato escluso dai due dibattiti perché il suo partito è fuori dal parlamento. Ma il previsto buon risultato del suo partito populista di estrema destra, forte del recente successo alle elezioni regionali ad Andalusia, potrebbe frammentare ulteriormente il parlamento, complicando la formazione del futuro governo.

Secondo l’ultimo sondaggio il Psoe di Sanchez si avvia a conquistare 129 seggi con il 28,8% dei voti. I socialisti diventeranno così di gran lunga il primo partito, in un exploit che, se confermato, segnerà un importante successo per il Psoe mentre altri partiti della sinistra europea attraversano una grave crisi. Tuttavia i sondaggi assegnano al Psoe un numero inferiore di seggi alla soglia dei 176 deputati necessaria per controllare la maggioranza della Camera. I possibili alleati di Podemos (13,2%) potrebbero aggiungere 33 deputati, ma servirà comunque l’appoggio, anche esterno, di piccoli partiti, fra cui i nazionalisti baschi e catalani. A destra, il voto è il primo importante banco di prova per il 38enne Casado, che è diventato leader del partito Popolare dopo la caduta del governo di Mariano Rajoy. Ma gli scandali di corruzione hanno minato il sostegno dello storico partito conservatore che ha più volte governato la Spagna. I sondaggi danno il Pp come seconda forza politica, ma solo con il 17,8% e 75 deputati.

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Segue Ciudadanos, partito anti casta ma non antisistema, inizialmente su posizioni centriste ma poi scivolato sempre più a destra, accreditato con 49 seggi e il 14,1%. L’ultradestra di Vox viene indicata al 12,5% con 32 deputati. Con questi numeri i tre partiti a destra non potrebbero raggiungere la maggioranza. Sarebbe numericamente possibile un accordo socialisti, Ciudadanos, ma oggi Sanchez è sembrato respingere questa ipotesi: il partito di Rivera, ha detto nell’intervista a El Pais, “è stato un’enorme delusione. Ha abbracciato l’ultradestra e ha iniziato il suo declino come progetto politico”. Il voto di domenica arriva in una Spagna in cerca di una difficile stabilità politica. Nel dicembre 2015, l’arrivo in parlamento di due nuove forze anti casta- Podemos e Ciudadanos – aveva contribuito a frammentare il parlamento, tanto che era stato necessario ripetere le elezioni nel giugno 2016 di fronte all’impossibilità di formare il governo. Da allora si sono succeduti due governi di minoranza, guidati prima dal popolare Rajoy e poi dal socialista Sanchez. Ma intanto la questione catalana, ancora irrisolta e acuita dal processo in corso contro i leader secessionisti, ha contribuito a polarizzare il dibattito pubblico, dove ora irrompe anche il partito nazionalista di estrema destra Vox.

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