Stragi, la Procura di Caltanissetta boccia Report e la ‘pista nera’: teoria infondata costruita su collaboratori inattendibili

Il procuratore De Luca demolisce davanti alla commissione Antimafia l’ipotesi di un coinvolgimento neofascista nella strage del 1992, paragonando il pentito Lo Cicero al caso Scarantino e accusando la trasmissione Rai di disinformazione.

Salvatore De Luca

Salvatore De Luca

La bomba l’ha fatta esplodere Salvatore De Luca nell’aula della commissione parlamentare Antimafia, davanti a senatori e deputati: il procuratore di Caltanissetta ha smontato pezzo per pezzo una narrazione giudiziaria durata trent’anni. La “pista nera” sulla strage di Capaci è ufficialmente morta. E con essa affonda una delle più clamorose fughe in avanti della magistratura italiana, mettendo nel mirino di De Luca la trasmissione Report, alcuni collaboratori di giustizia e persino un parlamentare seduto tra i banchi della commissione: Roberto Scarpinato, senatore pentastellato ed ex pubblico ministero che su questa vicenda ha costruito una parte non secondaria della propria carriera.

De Luca, procuratore capo di Caltanissetta, non ha usato il linguaggio freddo delle requisitorie. Ha scelto la strada dell’affondo politico, consapevole che dietro quella teoria c’erano equilibri di potere, carriere consolidate, battaglie ideologiche mai sopite. Ha definito i collaboratori di giustizia “jukebox: tu digiti quello che vuoi sentire”. Ha paragonato Alberto Lo Cicero, pentito chiave della ricostruzione, a Vincenzo Scarantino, l’uomo che per anni ha depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio. Ha liquidato anni di inchieste come “sperpero di risorse” e le dichiarazioni su cui si reggeva l’accusa come “carta straccia”. Soprattutto, ha messo nel mirino chi ha dato ossigeno mediatico a questa storia: Report, accusata di aver costruito un caso giornalistico su basi inesistenti, nascondendosi poi dietro il segreto professionale quando la Procura ha bussato alla porta.

L’audizione di De Luca segna uno spartiacque. Non solo per la strage di Capaci, ma per il rapporto tra magistratura, informazione e politica. Perché questa volta non si tratta di un’archiviazione tecnica finita negli archivi giudiziari. Questa volta c’è un procuratore che davanti al Parlamento accusa frontalmente una trasmissione del servizio pubblico di aver manipolato i fatti, in sostanza. E c’è un’opposizione parlamentare che tace, lasciando il centrodestra solo a chiedere conto di una vicenda che riguarda la memoria della Repubblica.

L’ipotesi Delle Chiaie smontata pezzo per pezzo

Al centro della teoria c’era Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, figura storica della destra eversiva italiana. Secondo l’ipotesi accusatoria, Delle Chiaie sarebbe stato presente a Palermo 2 e avrebbe avuto un ruolo nell’organizzazione della strage che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta. Una ricostruzione basata su presunti avvistamenti, colloqui senza valore probatorio e legami mai provati tra mafia e neofascismo. De Luca ha smontato tutto con un’ironia tagliente che ha lasciato il segno: “Pensate che Delle Chiaie fosse uno spiccia faccende? Che stava lì con la macchina blu, con su la bandierina dei servizi e quella di Avanguardia Nazionale ad aspettare il tritolo per Capaci?”. Un’immagine volutamente grottesca per evidenziare l’assurdità di una narrazione costruita su basi fragilissime.

Il procuratore ha poi allargato il discorso, denunciando una gestione scorretta dei collaboratori di giustizia che ha prodotto disastri giudiziari a ripetizione. “I principali disastri giudiziari recenti commessi per inesperienza o inadeguatezza sono connessi a una scorretta gestione dei collaboratori di giustizia e quindi si sarebbero potuti evitare”, ha affermato De Luca, richiamando casi celebri come quello di Scarantino su Borsellino o la vicenda Tortora. Il messaggio è chiaro: non si tratta di errori isolati, ma di un problema sistemico che continua a ripetersi quando si dà credito acritico a testimoni inaffidabili. E qui il nome che aleggia nell’aula, senza che venga pronunciato esplicitamente, è quello di Scarpinato, seduto tra i commissari, volto impassibile mentre De Luca demolisce anni del suo lavoro investigativo.

Report e il caso mediatico

Il capitolo più scottante dell’audizione ha riguardato Report, la trasmissione di Rai3 che ha costruito un caso mediatico intorno alla “pista nera”, presentandola come una verità nascosta che finalmente emergeva. De Luca non ha usato giri di parole: “È un’indagine più giornalistica che giudiziaria”. E ha dimostrato perché con una precisione chirurgica. Al centro della ricostruzione televisiva c’è un’intervista al luogotenente dei carabinieri Walter Giustini, che avrebbe riferito alla trasmissione di testimonianze su Delle Chiaie a Capaci. Ma il procuratore ha posto una domanda cruciale: quali testimonianze? “Una cosa è se Giustini avesse riferito di aver visto Delle Chiaie sul lungomare di Capaci mentre si pigliava il gelato con sua moglie, altra cosa se lo avesse visto davanti all’imbocco del tunnel di Capaci mentre posizionava una cassetta di tritolo”, ha spiegato De Luca. In altre parole: cosa ha visto esattamente Giustini?

La risposta non è mai arrivata. Convocato dalla Procura dopo la messa in onda del servizio, Giustini si è avvalso della facoltà di non rispondere. Eppure, nelle precedenti sommarie informazioni, aveva fatto capire ai magistrati – secondo quanto riferito da De Luca – “che non c’era nessun motivo per fare indagini su Delle Chiaie”. Un cambio di versione che solleva interrogativi pesanti. Anche il giornalista di Report autore dell’intervista, convocato dai magistrati, si è trincerato dietro il segreto professionale. Una scelta che ha provocato lo stupore e l’indignazione del procuratore: “Una smentita che modifica precedenti dichiarazioni resa nel corso di un’intervista faccia parte del segreto professionale, noi come ufficio di Caltanissetta lo escludiamo nel modo più categorico”. E ha aggiunto, senza peli sulla lingua: “Il segreto professionale sarebbe un utilissimo strumento per occultare una manipolazione evidente del fatto”.

Report sostiene che “tutto il girato fa parte del segreto professionale”. “E no. E no”, ha replicato De Luca, con una fermezza che non lascia spazio a equivoci. Per il procuratore, la “pista nera” sulle stragi “vale zero tagliato”, come aveva già sentenziato lo scorso 9 dicembre davanti alla stessa commissione. Un giudizio definitivo che chiude un capitolo durato troppo a lungo.

Le reazioni e il silenzio della sinistra

L’audizione di De Luca ha scatenato una reazione politica immediata. Il centrodestra si è scagliato compatto contro Report, accusando la trasmissione di disinformazione sistematica, depistaggio e abuso del servizio pubblico. Dal centrosinistra, invece, un silenzio assordante che appare sempre più imbarazzante. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, componente della stessa commissione Antimafia, ha definito l’intervento di De Luca un'”analisi puntuale, lucida, impietosa” che avrebbe “demolito le fandonie” sulle presunte trame neofasciste. Nel mirino i giornalisti Paolo Mondani e Sigfrido Ranucci, accusati di aver “ridicolizzato i fatti” con ricostruzioni basate su “mentitori abituali e professionali”, alcuni dei quali “alla caccia di prebende pubbliche” in cambio di false testimonianze.

Ancora più dura la nota congiunta dei parlamentari azzurri in commissione: l’audizione di De Luca “chiarisce in modo definitivo l’inconsistenza” delle ricostruzioni sulla pista nera. Ciò che Report ha spacciato per “verità assoluta” attraverso il servizio pubblico sarebbe in realtà “una ricostruzione falsa”, fondata su “ipotesi e testimonianze letteralmente demolite” dal magistrato. La conclusione è tranchant: “Una disinformazione che non fa onore alla Rai”. I membri di Fratelli d’Italia in commissione hanno rincarato la dose: De Luca avrebbe “smontato integralmente le ricostruzioni fantasiose” del servizio di Report, “gravemente viziate da parzialità” e fondate su dichiarazioni inattendibili.

Il bersaglio si è allargato a Roberto Scarpinato, ex magistrato e oggi senatore pentastellato, accusato di essersi reso “parte attiva nel confezionare una pista totalmente infondata”, verosimilmente per “distogliere l’attenzione da dossier ben più consistenti” come quello su mafia e appalti. I parlamentari meloniani hanno annunciato di voler chiedere a Report “dettagli sulla fondatezza delle fonti” utilizzate. La presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, ha espresso preoccupazione per “l’accostamento fatto da De Luca tra Lo Cicero e Scarantino”, quest’ultimo considerato “l’emblema del depistaggio” sulla strage di via D’Amelio. La domanda che ha posto è diretta e inquietante: “C’è ancora qualcuno che vuole depistare?”.

La commissione ha annunciato che De Luca concluderà la sua deposizione in una seduta successiva e che proseguiranno ulteriori audizioni sulla strage di via D’Amelio. Resta però il nodo politico più grande: il centrosinistra continuerà a mantenere questo silenzio assordante su una vicenda cruciale per la storia della Repubblica e della lotta alla mafia? Una vicenda che non riguarda solo la memoria di Falcone, ma la credibilità della magistratura, del servizio pubblico e della stessa politica. Le parole di De Luca hanno riaperto ferite mai rimarginate e sollevato domande scomode. Ora tocca alla politica dare risposte.