Tajani cerca pace con i Berlusconi a Milano, ma Occhiuto già fissa i paletti: congresso solo dopo le politiche
CantiereForza Italia: Il governatore della Calabria e vicesegretario del partito si oppone all’assemblea nazionale nei primi mesi del 2027 invocata dal segretario: coincidenza, voluta o no, con la linea della famiglia del Cavaliere.
Roberto Occhiuto e Antonio Tajani
Un pranzo blindato a Milano, la presenza di Gianni Letta come tessitore discreto, i figli del Cavaliere come arbitri silenziosi. Antonio Tajani cerca una tregua in Forza Italia dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, ma il partito che dovrebbe uscire da quella riunione più compatto si presenta invece con tre dossier aperti e nessuna soluzione condivisa: chi guiderà il gruppo alla Camera, quando si terranno i congressi regionali, se il congresso nazionale avrà luogo — o meno — prima delle prossime elezioni politiche.
Il rebus del capogruppo alla Camera
La partita è già parzialmente giocata al Senato, dove le dimissioni di Maurizio Gasparri e l’elezione di Stefania Craxi hanno chiuso il cerchio del rinnovamento richiesto dalla famiglia Berlusconi. Alla Camera, invece, il posto di Paolo Barelli è ancora formalmente occupato, e attorno alla sua successione si è sviluppato un gioco di veti incrociati che rivela le fratture interne.
Il nome circolato con più insistenza è quello di Enrico Costa, vicecapogruppo in commissione Giustizia. A suo favore, un profilo anagrafico più giovane rispetto ai competitor: più giovane di Pietro Pittalis, di Deborah Bergamini, di Maurizio Casasco. Contro di lui, una biografia politica che i forzisti più vicini a Marina Berlusconi contestano con circospezione ma con determinazione: eletto in questa legislatura con Azione di Carlo Calenda, di cui è stato vicesegretario, Costa è tornato in Forza Italia soltanto due anni fa. Un percorso che, nei corridoi di Montecitorio, viene raccontato fuori dai taccuini come l’elemento che ne impedisce una candidatura davvero condivisa. C’è poi il capitolo giustizia: Costa ha costruito la sua identità parlamentare attorno a quelle battaglie che il partito ha scelto, dopo la débâcle referendaria, di mettere “decisamente di lato”.
Casasco avanza, Orsini si sfila
Nell’orizzonte dei nomi praticabili emerge con maggior forza quello di Maurizio Casasco, classe 1954. L’età non è un vantaggio, ma Casasco offre qualcosa che in questo momento vale più dell’anagrafe: una candidatura capace di raccogliere consensi trasversali. Lascerebbe la presidenza della commissione bicamerale di vigilanza sull’anagrafe tributaria, incarico che diventerebbe vacante e potrebbe essere redistribuito nel puzzle delle nomine interne al partito — merce rara e preziosa in una fase in cui ogni casella vale un equilibrio.
Si tira fuori invece Andrea Orsini, parlamentare di lungo corso, con una battuta che nasconde a stento un certo fastidio: “Non so chi abbia fatto circolare il mio nome. Certamente è una persona dotata di fervida fantasia”. Una smentita che, nel lessico azzurro, vale anche come presa di distanza da una trattativa che evidentemente non lo convince.
Barelli e l’inciampo della Federnuoto
Il destino di Paolo Barelli sembrava scritto: un posto da sottosegretario al Mimit avrebbe consentito un’uscita dignitosa, liberando il capogruppo senza umiliarlo. L’altra opzione ipotizzata era uno scambio con Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, che avrebbe ceduto quel ruolo per prendere la guida del gruppo. Ma entrambe le soluzioni si trovano ora a fare i conti con un dettaglio tecnico che le fonti più autorevoli descrivono come un ostacolo reale: la presidenza della Federazione italiana nuoto, incarico che Barelli ricopre, è incompatibile con un incarico governativo. La via del sottosegretariato, dunque, è bloccata, e la partita deve essere riscritta.
Il congresso che divide più del referendum
Più complessa ancora la questione congressuale. Tajani vorrebbe avviare subito i congressi regionali per arrivare all’assemblea nazionale all’inizio del 2027: un percorso che gli consentirebbe di ottenere una legittimazione formale della sua leadership prima della scadenza naturale della legislatura. Ma Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario del partito, fissa un paletto netto: il congresso deve tenersi dopo le elezioni politiche.
La posizione di Occhiuto coincide, non casualmente, con quella che filtra dall’entourage di Marina Berlusconi e da chi in Forza Italia ha sempre guardato con sospetto alla gestione del ministro degli Esteri. Rimandare il congresso significa lasciare aperta la partita della leadership, senza consegnarla formalmente a Tajani. La formula usata dal governatore calabrese è diplomaticamente attenta — “chi voglia fare i congressi è animato da buona fede” — ma la sostanza è inequivoca: un partito che insegue “il rito novecentesco delle tessere e dei congressi” tradisce la natura originaria di Forza Italia, il partito leggero voluto dal Cavaliere.
È, in fondo, il cuore politico della disputa: non solo chi guida il gruppo alla Camera o quando si vota per il segretario, ma che tipo di partito debba essere Forza Italia nell’era post-berlusconiana. Un congresso anticipato legittimerebbe Tajani e cristallizzerebbe l’assetto attuale. Un congresso rinviato lo lascerebbe esposto, in attesa di un giudizio che la famiglia del fondatore non ha ancora smesso di rimandare.
