Teatro Massimo, Don Chisciotte torna a Palermo: un cavaliere errante tra sogno e realtà
Il Teatro Massimo di Palermo
C’è qualcosa di programmaticamente ambizioso nell’aver scelto Don Chisciotte come bandiera per la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo. Non un titolo qualunque, ma il balletto che più di ogni altro incarna la tensione irrisolvibile tra l’ideale e il reale — una tensione che, a ben guardare, attraversa anche le vicende di un teatro del Sud che da anni combatte la sua personale battaglia contro i mulini a vento della burocrazia, dei tagli e del disinteresse istituzionale.
Il contesto: una coproduzione che parla europeo
Il debutto è fissato per domenica 29 marzo (ore 20), con repliche fino al 4 aprile. Ma la cifra politicamente più significativa dell’operazione è la sua architettura produttiva: si tratta di una coproduzione con l’Opéra National de Bordeaux, dove lo spettacolo approderà dal 30 giugno al 10 luglio. Un asse Palermo-Bordeaux che non è soltanto logistica, ma è posizionamento strategico. La Fondazione Teatro Massimo rivendica con questo progetto un profilo europeo, inserendosi nella rete delle grandi istituzioni liriche del continente con un prodotto originale, non acquisito ma co-generato.
Gli attori in campo: da Parigi a Palermo
La scelta del coreografo è il colpo da maestro che dà credibilità all’intera operazione. José Martínez — attuale direttore del Ballet de l’Opéra di Parigi, la più prestigiosa compagnia di danza classica al mondo — firma una rilettura del monumentale Don Quichotte di Marius Petipa sulle musiche di Minkus. Martínez non reinventa: mantiene la struttura coreografica dell’originale del 1869, ma vi innesta una sensibilità più introspettiva, dichiaratamente personale. “Ho voluto dare una sfumatura più poetica al personaggio di Don Chisciotte”, spiega il coreografo, citando le versioni da cui ha attinto — Nureyev, Baryshnikov, Gorski — un pantheon che racconta tutta la storia del balletto novecentesco.
Sul podio sale Mojca Lavrenčič, direttrice fresca vincitrice del concorso parigino “La Maestra”: un nome in ascesa rapida nel panorama della direzione internazionale, la cui presenza a Palermo è già di per sé un segnale di attrattività del progetto. Scene di Antonella Conte, costumi di Mario Celentano, luci di Bruno Ciulli completano un impianto visivo pensato per una Spagna sognata più che documentata — territorio dell’immaginario, non della cartografia.
La dinamica narrativa: Kitri batte Don Chisciotte

Vale la pena sottolineare un paradosso strutturale che Martínez stesso riconosce apertamente: in questo balletto, Don Chisciotte non è il protagonista. Lo è Kitri, giovane figlia di un oste barcellonese innamorata del barbiere Basilio e contesa dal padre che vorrebbe darla in sposa al ricco Gamache. Il Cavaliere della Mancia è figura laterale, quasi allegorica — un testimone sognante che attraversa la storia d’amore altrui proiettandovi i propri fantasmi, vedendo in Kitri il volto di Dulcinea.
È una scelta drammaturgicamente onesta: Petipa nel 1869 non era interessato alla malinconia cervantesca, ma alla vitalità popolare, ai colori della Spagna, alle danze gitane e al virtuosismo coreografico. Martínez rispetta questa gerarchia narrativa pur restituendo a Don Chisciotte una dignità poetica che nelle versioni più spettacolari rischia di perdersi.
Il Corpo di ballo della Fondazione, diretto da Jean-Sébastien Colau, si alternerà nei ruoli principali con un cast articolato: Martina Pasinotti, Yuriko Nishihara e Giulia Neri per Kitri; Michele Morelli, Alessandro Cascioli e Alessandro Casà per Basilio. Diego Millesimo e Andrea Mocciardini vestiranno i panni del cavaliere errante.
Il Don Quichotte palermitano arriva in un momento in cui il Teatro Massimo cerca, con risultati altalenanti, di riaffermare un ruolo di polo culturale nel Mediterraneo. La coproduzione con Bordeaux, il nome di Martínez, la bacchetta di Lavrenčič: sono tutte mosse che puntano verso l’alto, verso una visibilità che va oltre i confini locali.
Resta la domanda di fondo, quella che ogni istituzione culturale del Sud si porta dietro come Sancho Panza porta il suo asino: se il sogno regge l’impatto con la realtà. Per ora, il sipario si apre domenica. E Don Chisciotte — come sempre — riprende il suo cammino.
