Donald Trump e Benjamin Netanyahu
La Casa Bianca ha inviato al premier israeliano Benjamin Netanyahu un messaggio privato, definito “duro” da fonti interne, per denunciare la violazione dell’accordo di cessare il fuoco a Gaza dopo l’uccisione di un alto comandante di Hamas. Crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv in vista del delicato incontro tra Netanyahu e Trump, previsto il 29 dicembre. Sullo sfondo, una spirale di accuse, pressing diplomatico e un’emergenza umanitaria che non conosce tregua nella Striscia di Gaza.
L’avvertimento americano è arrivato in modo riservato e con toni che – secondo due funzionari statunitensi citati da Axios – non lasciano margini d’interpretazione: il blitz israeliano contro Raed Saad, vice comandante militare di Hamas, ha scosso gli equilibri della fragile tregua siglata grazie alla mediazione Usa. L’amministrazione Trump, impegnata a gestire la transizione verso una nuova fase negoziale per la pace a Gaza, considera l’azione un affronto politico e diplomatico difficilmente tollerabile.
La risposta di Washington non è stata un semplice richiamo. La Casa Bianca ha fatto sapere che “non permetterà che sia rovinata la reputazione del presidente Trump”, architetto dell’intesa siglata il 10 ottobre. Un alto funzionario americano è stato netto: “Se Netanyahu vuole danneggiare la propria immagine e dimostrare che non rispetta gli accordi, faccia pura, ma noi non accetteremo strappi che coinvolgano l’amministrazione Usa”. Fonti israeliane – che confermano il disappunto americano ma ridimensionano la tonalità delle critiche – parlano di “pressioni esercitate da alcuni Paesi arabi” più che da Washington.
L’episodio è solo l’ultimo di una serie di scontri diplomatici che da settimane segnano le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele. Altri rappresentanti dell’amministrazione Trump – in particolare il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato Steve Witkoff e il consigliere Jared Kushner – avrebbero espresso una crescente irritazione per le mosse di Netanyahu, giudicate poco trasparenti e dannose per gli sforzi di stabilizzazione della regione.
Non si tratta soltanto del raid contro il leader di Hamas. Secondo ambienti vicini alla Casa Bianca, Israele starebbe minando il delicato equilibrio regionale: gli attacchi oltre i confini complicano il lavoro per rafforzare il governo di al-Sharaa in Siria e mettere in sicurezza nuovi accordi di pace. Sul banco degli imputati, anche le violenze dei coloni nei territori palestinesi e alcune mosse considerate “provocatorie” nel mondo arabo, proprio nel momento in cui Washington tenta di ampliare il ventaglio di partner con gli Accordi di Abramo e intensificare i colloqui con l’Arabia Saudita.
“Gli Stati Uniti non chiedono all’alleato israeliano di compromettere la propria sicurezza, ma di evitare azioni che accendano nuovi focolai nel contesto arabo”, chiarisce una fonte Usa di alto livello. A dividere Netanyahu dalla Casa Bianca è soprattutto la “seconda fase” prevista dall’intesa: il ritiro maggiore delle truppe israeliane da Gaza e l’attivazione di un governo transitorio, passi che il premier giudica affrettati.
Trump, in una recente telefonata, ha invitato Netanyahu ad essere “un partner migliore” sulla questione Gaza: e le figure chiave dell’amministrazione, da Witkoff a Kushner, non nascondono la frustrazione per quella che “inflessibilità israeliana”. Lo scenario potrebbe complicarsi ulteriormente: la tregua è agli sgoccioli e, parallelamente, la Casa Bianca lavora per schierare una forza multinazionale di 10mila soldati – sotto guida Usa – per la stabilizzazione postbellica di Gaza.
Intanto, fuori dai palazzi della diplomazia, si consuma il dramma umanitario delle popolazioni civili. La tempesta Byron ha ulteriormente aggravato la situazione, con tende travolte dal vento, inondazioni diffuse e almeno sedici vittime nella sola giornata di ieri, tra cui tre bambini. Oltre ottocentomila sfollati sopravvivono in condizioni estreme, distribuiti in 761 campi di fortuna.
Sul tavolo resta la grande incognita della fase dovuta: Hamas dovrebbe disarmare, lasciare spazio a un governo tecnico e all’arrivo di una forza internazionale sotto comando americano. Israele controlla ancora oltre la metà della Striscia e, come ha ribadito Netanyahu, “la nostra politica resterà indipendente, le decisioni spettano a noi e sono orientate a garantire la sicurezza del paese e dei nostri soldati”. Ma mentre le cancellerie lavorano a una difficile ricomposizione, il clima tra Washington e Gerusalemme resta arroventato: le scintille di queste ore rischiano di incendiare ulteriormente l’intera regione, rendendo la pace un obiettivo ancora lontano.