Omicidio Federica, tracce di sangue ovunque: fermato il marito. “Uccisa in casa e sepolta tra i rovi”

Federica Torzullo

Federica Torzullo

Il giallo della scomparsa di Federica Torzullo si è trasformato in tragedia. Il suo corpo è stato ritrovato ieri, dopo dieci giorni di ricerche febbrili, interrato in un terreno attiguo all’azienda del marito, Claudio Carlomagno, 45enne imprenditore nel settore degli scavi, già fermato con l’accusa di omicidio aggravato. Una svolta drammatica, annunciata dalla scoperta dei carabinieri nella sede dell’impresa di famiglia in via Comunale San Francesco, ad Anguillara Sabazia. Il riconoscimento, sebbene non ancora formale, è pressoché certo per via degli indumenti e degli effetti personali rinvenuti sul luogo. A sciogliere ogni ultimo dubbio sarà l’esame autoptico all’obitorio del Verano, dove la salma è stata trasferita.

Il marito, iscritto nel registro degli indagati fin dalle prime ore per le sue versioni giudicate “contraddittorie e illogiche” dagli inquirenti, è ora al centro di un impianto accusatorio che si è rapidamente e drammaticamente consolidato. La procura di Civitavecchia, coordinata dal procuratore capo Alberto Liguori, ritiene che Federica, 41enne dipendente delle Poste all’aeroporto di Fiumicino, sia stata uccisa “in casa” tra la serata dell’8 gennaio e le prime luci dell’alba del giorno successivo. La dinamica del presunto delitto sarebbe emersa in tutta la sua crudezza da una pista di sangue lunga e inequivocabile, pazientemente ricostruita e analizzata dal Ris di Roma.

La scia di sangue: dal bagno di casa al bagagliaio dell’auto

Le indagini, condotte con meticolosità dagli investigatori dell’Arma, hanno rivelato una scena del crimine estesa e violenta. Tracce ematiche attribuibili alla vittima sono state trovate, secondo la documentazione probatoria, “dappertutto”: sul pavimento dell’ingresso di casa, nella cabina armadio della camera da letto, e persino sul manico di un badile rinvenuto in azienda. Ma è la dislocazione geografica e logistica di questi reperti a tracciare un macabro itinerario postumo. Sangue è stato rinvenuto, in modo cruciale, anche sui vestiti da lavoro di Carlomagno, all’interno della sua autovettura – sia nel vano passeggeri che nel bagagliaio –, su un escavatore presente nel magazzino dell’azienda di famiglia e persino su un asciugamano abbandonato in una cava per inerti di proprietà. Una mappa forense che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, racconterebbe senza sosta il trasferimento del corpo dal luogo del delitto a quello dell’occultamento finale.

Il movente appare ancora da chiarire nel dettaglio, ma la procura nella sua nota ha fatto riferimento ai “normali problemi di coppia” citati dallo stesso Carlomagno quando, nel primo pomeriggio del 9 gennaio, si presentò in caserma per denunciare la scomparsa della moglie. La sua ricostruzione dei fatti, però, si è rivelata ben presto un castello di carte di fronte al pressing degli investigatori. Affermò di averla vista l’ultima volta in casa alle 23 della sera dell’8, dopo una cena con il loro figlio, e di non essere più rientrato l’indomani nonostante un presunto portafoglio dimenticato. La realtà, ricostruita attraverso le prove raccolte (telecamere, testimonianze indirette, dati cellulari), gli smentisce platealmente: Federica non uscì più di casa dalle 19.30 dell’8; lui, invece, uscì la mattina del 9 alle 7.30, fece un breve giro e poi fece rientro. Un rientro mai ammesso durante gli interrogatori.

La falsa pista del viaggio e le “divergenze insanabili”

L’intero impianto accusatorio si regge su quelle che la procura definisce, in un linguaggio giuridico asciutto e brutale, “divergenze, allo stato, insanabili” tra la versione di Carlomagno e la realtà fattuale accertata. L’imprenditore fornì ai carabinieri un racconto che strideva con ogni evidenza. Disse che Federica aveva preparato una valigia per un viaggio in Basilicata con il figlio e i nonni materni, da cui lui sarebbe stato escluso per motivi di lavoro. Eppure, l’auto della donna, una utilitaria grigia, era rimasta parcheggiata a poche decine di metri da casa, da cui non risultava aver prelevato nulla. Manca all’appello la sua borsa e il cellulare, mai più riattivato. La macchina della verità si è inceppata definitivamente su questi particolari.

Carlomagno è diventato l’unico e principale sospettato perché, come sottolinea la nota della procura, “è il solo a lasciare casa venerdì 9 gennaio di mattina”. La sua attività dopo quel misterioso rientro mattutino è al centro delle indagini più urgenti. Il corpo di Federica è stato infatti ritrovato “interrato in una buca scavata con l’ausilio di un mezzo meccanico, ricoperta da rovi e vegetazione spontanea”, in un fondo privato attiguo all’azienda di famiglia. Un nascondiglio che richiedeva mezzi specialistici, tempismo e conoscenze territoriali specifiche, elementi tutti perfettamente in linea con il profilo professionale e personale del marito.

Il rischio di inquinamento probatorio e il fermo

Proprio l’elevato e concreto pericolo di inquinamento probatorio ha costituito la base giuridica per il fermo di polizia giudiziaria disposto nei confronti di Claudio Carlomagno. La procura teme che, se libero, l’uomo possa “ostacolare attivamente la ricerca” dell’arma del delitto, ancora non trovata nonostante i sequestri preventivi di abitazione, auto e azienda. Ma il timore principale espresso dal pm Liguori è che l’indagato possa “influenzare la raccolta della prova dichiarativa”, avendolo – si legge testualmente – “già fatto con una persona informata dei fatti”. Una preoccupazione che ha spinto gli inquirenti a blindare la posizione dell’unico indagato, trattenendolo in carcere in attesa dell’udienza di convalida.

Il silenzio dell’arma del delitto e l’appello inascoltato

Mentre gli esami del Ris procedono per confermare con certezza scientifica il legame tra tutte le tracce biologiche, un grande punto interrogativo grava sull’arma del delitto. Non è stato ancora trovato lo strumento con cui Federica è stata uccisa. La sua assenza pesa come un macigno, e la procura non esclude che possa essere stato gettato nelle vicine acque del lago di Bracciano o in uno dei molti cantieri gestiti dall’impresa di famiglia. Nei giorni scorsi, in una mossa inconsueta e carica di pathos, il procuratore Liguori aveva lanciato un appello diretto all’omicida, invitandolo a “collaborare per porre fine, innanzitutto, allo strazio di parenti e amici” e a “fruire di futuri trattamenti sanzionatori più miti”. Un appello che, alla luce degli sviluppi, è rimasto drammaticamente senza risposta.

Una comunità sotto choc e il lungo iter giudiziario

Ora, mentre la famiglia e gli amici di Federica, dopo giorni di angoscia e speranza tenacemente custodita, affrontano la certezza più dolorosa, la macchina della giustizia accelera. La piccola comunità di Anguillara Sabazia, borgo lacustre noto per la tranquillità, è sotto choc. Il giallo che per dieci giorni ha tenuto col fiato sospeso il paese si è risolto nell’ipotesi più terribile. L’attenzione si sposta ora sul lungo e complesso iter giudiziario che attende. Gli avvocati difensori di Carlomagno, già al lavoro, dovranno confrontarsi con un mare di prove circostanziali e biologiche. Il prossimo passo sarà l’udienza di convalida del fermo, dove la procura dovrà dimostrare la sussistenza dei gravissimi indizi e del periculum in mora. Il giallo lacustre ha trovato la sua tragica soluzione, ma i nodi processuali, quelli veri, devono ancora venire al pettine. La verità giudiziaria dovrà ora seguire il suo corso, tra gli atti di accusa e le difese, in un’aula di tribunale.