Trump conferma l’amicizia con Meloni mentre l’Italia naviga tra guerra e difesa del Golfo

La presidente del Consiglio esclude ogni coinvolgimento diretto nel conflitto tra Usa, Israele e Iran, ma ammette la presenza militare italiana in funzione difensiva nei paesi attaccati da Teheran; il magnate americano la definisce partner affidabile in una telefonata al Corriere.

Giorgia Meloni e Donald Trump

Giorgia Meloni e Donald Trump

Giorgia Meloni ha scelto il palcoscenico di Rete4 per mettere a punto la sua posizione sulla crisi iraniana: netta sull’esclusione da ogni coinvolgimento diretto, più sfumata sul merito dell’attacco americano-israeliano a Teheran. “Non siamo parte del conflitto, non intendiamo esserlo”, ha detto la presidente del Consiglio ospite di Mario Giordano a Fuori dal Coro. La presenza militare italiana nei paesi del Golfo colpiti dall’Iran — con missili e droni — è, a suo dire, “solo a scopo difensivo”. Nessuna ambiguità sul perimetro operativo, dunque, anche se l’ambiguità politica resta sospesa sul giudizio dell’intera operazione.

A rafforzare la postura del governo italiano arriva, nei medesimi giorni, una dichiarazione di Donald Trump al Corriere della Sera. Il presidente degli Stati Uniti definisce Meloni “un’ottima leader e una mia amica”, aggiungendo che si tratta di una partner che “cerca sempre di aiutare”. Parole sintetiche, ma ad alto valore diplomatico, pronunciate mentre la crisi iraniana preme su ogni cancelleria occidentale.

Né condanna né approvazione sull’Iran

Sul nodo più spinoso — se condividere o censurare l’attacco Usa-Israele contro Teheran — Meloni ha risposto con una formula che è insieme scudo e posizione: “Non ho gli elementi necessari per una posizione categorica, come del resto quasi nessuno in Europa”. Ha poi aggiunto che, ad eccezione del premier spagnolo Pedro Sánchez, nessun governo del continente ha condannato l’iniziativa militare, né alcuno vi sta partecipando.

Il ragionamento della premier è costruito su una premessa più ampia: il diritto internazionale è già in crisi strutturale, e non da oggi. “Non penso che le regole siano saltate con questo episodio”, ha precisato. Il punto di rottura, per lei, risale all’invasione russa dell’Ucraina: “Abbiamo l’anomalia di un membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che quattro anni fa ha invaso un suo vicino per provare ad annetterlo”. Da allora, il sistema di garanzie collettive è inceppato.

Sul merito della crisi nucleare iraniana, Meloni ha citato il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica: l’Iran avrebbe raggiunto livelli di arricchimento dell’uranio “molto più alti di quanto necessario per usi civili”. La conclusione è esplicita: “Nessuno può permettersi che il regime degli ayatollah si doti di armi nucleari, specie considerando i missili a lungo raggio e la violenza con cui quel regime ha trattato i propri cittadini”.

Il governo risponde all’opposizione

Le dichiarazioni di Trump sull'”aiuto” italiano avevano innescato reazioni immediate dalle opposizioni. Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico, aveva definito le parole del presidente americano “gravi e inquietanti” e chiesto agli italiani il diritto “di sapere la verità”. Il sospetto, nemmeno troppo velato, era quello di un’Italia già avviata verso una partecipazione al conflitto, magari attraverso le basi statunitensi sul territorio nazionale.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha smorzato le polemiche spiegando che quella del magnate era “una dichiarazione più politica” e ribadendo la piena trasparenza dell’esecutivo: “Tutto quello che si sta facendo, si è fatto e si farà è stato riferito in Parlamento”. Meloni, da parte sua, ha sottolineato di condividere le valutazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto — secondo cui l’intervento Usa-Israele si colloca “fuori dal diritto internazionale” — senza però trarne conseguenze politiche operative.

Energia, prezzi e la minaccia delle accise

Accanto alla dimensione geopolitica, la premier ha affrontato con altrettanta urgenza il rischio di ricadute economiche sul paese. “L’Italia rischia di essere coinvolta soprattutto dalle conseguenze del conflitto, sia sul piano della sicurezza interna, sia su quello economico”, ha riconosciuto, pur escludendo “particolari allarmi” nell’immediato. Il Comitato Antiterrorismo e il Comitato Nazionale Difesa e Sicurezza sono stati convocati “a oltranza”.

Sul versante dei prezzi, le misure sono già operative. L’Autorità per l’energia ha attivato una task force per monitorare le quotazioni, in particolare del gas. Il ministro Adolfo Urso ha messo in moto il cosiddetto Mister Prezzi, il sistema di sorveglianza sui rincari ingiustificati di benzina e generi alimentari. Meloni non ha escluso sanzioni dirette: “Se dovessi avere evidenza di atteggiamenti speculativi, non escluderei di aumentare le tasse alle aziende responsabili e di restituire il ricavato sulle bollette”. Sulle accise mobili — misura invocata anche dall’opposizione — il governo sta “studiando il meccanismo da qualche giorno”.

Giustizia, famiglia e i bambini del bosco

L’intervista ha toccato anche temi di politica interna. Sul referendum costituzionale relativo alla riforma della giustizia, Meloni ha insistito sull’interconnessione tra magistratura, forze dell’ordine e strumenti legislativi: “Se uno dei tre livelli non funziona, il meccanismo si inceppa”. La riforma, ha sostenuto, incide anche su immigrazione e sicurezza.

Ha suscitato toni più accesi il riferimento alla cosiddetta “famiglia del bosco”, il caso dei tre bambini allontanati dai genitori che vivevano in modo non convenzionale. “Quello che sta accadendo mi lascia senza parole”, ha detto la premier, definendo “un pesantissimo trauma” la recente separazione dei minori dalla madre in una struttura protetta. Ha annunciato un’ispezione ministeriale disposta dal Guardasigilli Carlo Nordio e ha criticato quella che ha descritto come una lettura “ideologica” dello stile di vita dei genitori: “Lo Stato non può toglierti i figli perché non condivide il tuo modo di vivere”. Il confronto — non privo di polemica implicita — è stato con situazioni di degrado conclamato nelle quali, a suo giudizio, nessuno interviene.