Miguel Díaz-Canel e Donald Trump
Il presidente americano Donald Trump alza il tiro contro Cuba. Dopo il Venezuela, nel mirino della Casa Bianca finisce l’isola caraibica. L’ultimatum arriva via Truth Social: “Non ci saranno più petrolio o soldi per Cuba. Zero”. E aggiunge: “Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi”. La risposta de L’Avana è secca, sprezzante. Il presidente Miguel Díaz-Canel respinge al mittente ogni ipotesi di trattativa e rilancia: “Nessuno ci dice cosa fare. Siamo pronti a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue”.
La strategia di Trump si innesta sul tradizionale asse L’Avana-Caracas, consolidato da decenni di scambi reciproci. Da una parte Cuba, che ha fornito personale militare per la sicurezza del regime di Nicolás Maduro. Dall’altra il Venezuela, che ha garantito all’isola forniture di petrolio e sostegno economico. Un equilibrio che Washington intende spezzare definitivamente. “Per molti anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela”, scrive Trump sulla sua piattaforma social. “In cambio, Cuba ha fornito servizi di sicurezza agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più”.
Il presidente americano ricorda come nell’attacco del 3 gennaio scorso siano morti almeno 32 militari cubani della scorta di Maduro. “La maggior parte di quei cubani sono morti nell’attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana, e il Venezuela non ha più bisogno di protezione dai teppisti e dagli estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni”, afferma Trump. Il messaggio è chiaro: con il cambio di regime a Caracas, sostenuto da Washington, viene meno la ragione stessa dell’alleanza tra i due paesi.
“Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, l’esercito più potente del mondo, a proteggerlo”, dichiara il tycoon. E per Cuba, di conseguenza, si chiude il rubinetto delle risorse venezuelane. La proposta di accordo lanciata da Trump resta vaga nei contenuti ma esplicita nella forma: una sorta di ultimatum mascherato da consiglio. Non è la prima volta che il presidente americano formula previsioni sul crollo del regime cubano, ma stavolta introduce l’elemento negoziale. Un cambio di registro che però non sembra trovare interlocutori disponibili a L’Avana.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel reagisce con fermezza. “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare”, scrive su X. E avverte: “Cuba non aggredisce, è stata aggredita dagli Stati Uniti per 66 anni e non minaccia, si prepara, pronta a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue”. Il leader cubano denuncia l’assenza di “autorità morale” di chi “trasforma tutto in un business, persino le vite umane”. Un riferimento nemmeno troppo velato alla politica estera americana. Díaz-Canel difende poi le scelte economiche del regime: “Chi incolpa la Rivoluzione per le gravi difficoltà economiche che stiamo attraversando dovrebbe tacere dalla vergogna. Queste difficoltà sono il risultato delle draconiane misure di estremo soffocamento che gli Stati Uniti ci hanno imposto per sei decenni”.
Anche il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla entra nella polemica. “Cuba non riceve né ha mai ricevuto compensi monetari o materiali per servizi di sicurezza prestati a qualsiasi paese”, scrive su X. Una smentita diretta alle accuse di Trump sul mercenariato militare. “A differenza degli Stati Uniti, non abbiamo un governo che si presta al mercenarismo, al ricatto o alla coercizione militare contro altri Stati”, aggiunge il capo della diplomazia cubana. Rodríguez Parrilla rivendica poi il diritto sovrano dell’isola: “Come ogni Paese, Cuba ha il diritto assoluto di importare carburante da quei mercati disposti a esportarlo e che esercitano il loro diritto a sviluppare le proprie relazioni commerciali senza interferenze o subordinazioni alle misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti”.
Il ministro degli Esteri cubano alza ulteriormente il tono: “Il diritto e la giustizia sono dalla parte di Cuba. Gli Stati Uniti si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo”. Parole che testimoniano la volontà de L’Avana di non cedere di un millimetro alle pressioni di Washington. La crisi economica che attanaglia l’isola da anni, aggravata dalle sanzioni americane e dalla perdita progressiva del sostegno venezuelano, non sembra scalfire la determinazione del regime a resistere.
Intanto Trump rilancia anche sul piano simbolico. Ha ripubblicato su Truth Social un messaggio dell’utente Cliff Smith, che recitava: “Marco Rubio sarà presidente di Cuba”, accompagnato da un’emoji che ride e piange. Il presidente americano ha commentato: “Mi sembra fantastico”. Un’allusione nemmeno troppo velata al futuro dell’isola, con il segretario di Stato americano di origini cubane visto come possibile leader di un governo post-castrista.
La partita tra Washington e L’Avana entra in una fase nuova. Le minacce di Trump si inseriscono in un quadro più ampio di ridefinizione degli equilibri nel continente americano, con il Venezuela come perno centrale. Per Cuba, privata del sostegno di Caracas, le opzioni appaiono limitate. L’embargo americano, in vigore da oltre sessant’anni, continua a mordere.
E la prospettiva di un accordo con gli Stati Uniti, alle condizioni imposte da Trump, appare inaccettabile per un regime che ha costruito la propria identità sulla resistenza all’imperialismo yankee. La sfida è lanciata. La risposta cubana è netta. Il braccio di ferro è appena iniziato.Claude è un’AI e può commettere errori. Verifica le risposte.