Trump schiera forze attorno all’Iran, ma l’invasione è lontana: si punta a un negoziato con 12 punti
Via le strutture di arricchimento, riduzione dei vettori e fine dell’ingerenza regionale in cambio la rimozione delle sanzioni, assistenza per il reattore di Bushehr e l’abolizione del meccanismo di ripristino automatico.
Donald Trump ha rimesso i generali al comando. Nelle ultime settimane il Pentagono ha completato il dispiegamento di una seconda portaerei nel Golfo Persico, spostato batterie di missili antiaerei Patriot in Arabia Saudita e rafforzato la presenza di bombardieri strategici B-52 nella base di Al Udeid, in Qatar. È il più massiccio concentramento di forze americane nella regione dal 2003, quando ci si preparava all’invasione dell’Iraq.
Eppure, questa volta l’invasione non arriverà. La lista delle 12 richieste consegnata a Teheran dopo i colloqui in Oman non è il preludio a un attacco, ma il tentativo di ottenere per via diplomatica ciò che una campagna militare non potrebbe garantire: lo smantellamento del programma nucleare, il disarmo missilistico e la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati regionali. Trump ammassa le navi e nello stesso tempo tende una mano armata di carta. La posta è alta, ma il tempo stringe.
Il segnale della forza
Il dispositivo militare schierato da Trump nel Golfo non ha precedenti recenti. Due gruppi d’attacco di portaerei – la USS Gerald R. Ford e la USS Dwight D. Eisenhower – operano in simultanea nelle acque tra il Mar Arabico e il Golfo Persico, una configurazione che garantisce una capacità di proiezione aerea equivalente a quella di una piccola forza aerea nazionale. A queste si aggiungono i cacciatorpediniere Arleigh Burke equipaggiati con i missili Tomahawk e, per la prima volta dal 2022, un distaccamento di F-22 Raptor nella base di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti.
Il messaggio è chiaro: se la diplomazia fallisce, l’opzione militare non è solo un’ipotesi teorica. Ma il modo in cui le forze sono disposte racconta un’altra verità. Non ci sono truppe da sbarco, non si muovono le divisioni pesanti dell’esercito, non si attivano i comandi anfibi. L’ammassamento navale e aereo serve a proteggere le infrastrutture energetiche degli alleati e a mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, non a preparare una campagna terrestre. L’invasione è lontana, troppo costosa in vite umane e in capitale politico per un’amministrazione che ha fatto della dismissione dei conflitti all’estero una bandiera elettorale.
Il nucleo duro della trattativa
Il testo americano articola tre blocchi distinti. Il primo riguarda il nucleare: niente arricchimento sul suolo iraniano, siti come Fordow, Isfahan e Natanz chiusi e smantellati, tutto l’uranio arricchito consegnato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica secondo un calendario concordato. La richiesta è la denuclearizzazione completa, non più una semplice soglia di arricchimento come nel 2015, quando il JCPOA consentiva a Teheran di mantenere un’infrastruttura ridotta ma operativa.
L’Iran dovrebbe inoltre abbandonare ogni capacità e struttura legata al ciclo del combustibile. La formula “spogliato di tutte le capacità e strutture nucleari” lascia intendere che anche la ricerca di base sarebbe interdetta. Un punto, questo, che va ben oltre gli impegni previsti dall’accordo originario e che di fatto trasforma l’Iran da “stato soglia” a paese senza alcuna infrastruttura atomica. La trasparenza, infine, dovrebbe diventare “massima”, con ispezioni indipendenti senza limitazioni, compreso l’accesso ai siti militari – una linea rossa tradizionale per la Repubblica Islamica.
Il nodo missili e Stretto di Hormuz
Il secondo blocco tocca la sicurezza militare e la libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz – passaggio vitale per un terzo del petrolio via mare – dovrebbe diventare “zona libera per le navi”, neutralizzando di fatto la capacità di controllo che Teheran ha storicamente esercitato. Non si tratta solo di un principio giuridico, ma della fine di una dottrina militare: da anni la Marina dei Guardiani della Rivoluzione utilizza azioni di disturbo, sequestri di petroliere e minacce asimmetriche per condizionare i prezzi del greggio e rispondere alle pressioni occidentali.
I missili balistici verrebbero limitati nel numero e nella gittata, con una destinazione d’uso esclusivamente difensiva. Per il regime dei Guardiani della Rivoluzione, questo punto rappresenterebbe un ridimensionamento strategico senza precedenti. Oggi l’arsenale iraniano include vettori con raggio superiore ai duemila chilometri, in grado di raggiungere Israele e le basi americane nel Golfo. Secondo fonti dell’intelligence occidentale, il programma missilistico è considerato a Teheran l’unico vero deterrente convenzionale, soprattutto dopo che l’accordo nucleare originario aveva smantellato solo una parte delle centrifughe.
La fine dell’ingerenza regionale
Il terzo gruppo di condizioni riguarda la politica estera. Washington chiede all’Iran di “abbandonare il paradigma di sostenere gruppi terroristici proxy” e di cessare ogni finanziamento e supporto. È la richiesta più esplicita di ridefinire il ruolo regionale, colpendo il cuore della strategia di proiezione di potenza costruita negli anni attraverso Hezbollah in Libano, le milizie irachene e siriane, e i ribelli Houthi nello Yemen.
Per l’amministrazione americana, questa condizione non è negoziabile dopo gli attacchi del 7 ottobre e la conseguente crisi in Medio Oriente. L’intelligence Usa ha documentato per anni il trasferimento di tecnologia missilistica agli Houthi e la pianificazione congiunta con le fazioni irachene che hanno preso di mira le basi americane. In chiusura, l’ultima condizione: “l’Iran dichiarerà la fine della guerra”. Una formula volutamente ampia, che mira a chiudere il conflitto per procura con l’Arabia Saudita – dopo la distensione mediata dalla Cina nel 2023 – e a sancire una normalizzazione de facto anche con gli altri stati del Golfo.
Il lato dell’offerta americana
Le contropartite sono tre ma di peso politico enorme. Innanzitutto la rimozione delle sanzioni, il vero ago della bilancia per un’economia iraniana strozzata dall’embargo. Il rialo ha perso oltre l’ottanta per cento del suo valore dal 2018, l’inflazione galoppa e le esportazioni petrolifere, pur mantenute grazie a un sistema complesso di navi ombra e clienti asiatici, operano a una frazione della capacità potenziale.
Poi l’impegno a “aiutare l’Iran con l’energia nucleare civile, in particolare presso la centrale di Bushehr”: un paradosso apparente, ma che mostra la volontà di separare il nucleare militare da quello civile. Bushehr, costruita con assistenza russa, è l’unico reattore civile iraniano e ha sempre operato sotto supervisione Aiea. L’offerta americana, se accettata, aprirebbe la strada a un consorzio internazionale per la gestione del combustibile, tagliando fuori Mosca da un’infrastruttura strategica.
Infine l’eliminazione del meccanismo di snap-back, cioè la clausola che consentirebbe il ripristino automatico delle sanzioni in caso di violazioni. Senza quella leva, l’accordo perderebbe il principale strumento coercitivo per Washington. È la concessione più importante, quella che trasforma un armistizio temporaneo in un vero cambio di regime contrattuale.
Una cornice ad alto rischio
Il documento è stato redatto dopo i colloqui in Oman, teatro di contatti indiretti tra le due delegazioni. L’amministrazione americana lo presenta come base di partenza non negoziabile, ma la distanza tra le richieste e le linee rosse dichiarate da Teheran resta abissale. La Guida Suprema Ali Khamenei ha più volte definito “non negoziabili” sia il programma missilistico sia il sostegno ai gruppi alleati.
Sul piano procedurale, l’eliminazione dello snap-back rappresenterebbe una rinuncia significativa per Washington, mentre l’impegno sul nucleare civile di Bushehr tenta di offrire una valvola di sfogo tecnologica. Resta da capire se il formato bilaterale tenga o se si tornerà al quadro multilaterale che aveva prodotto il JCPOA nel 2015, con la Cina, la Russia, la Francia, la Germania e il Regno Unito come garanti. Ma c’è un elemento nuovo: Israele, che nel precedente negoziato era stato tenuto ai margini, oggi ha dimostrato di poter colpire direttamente il territorio iraniano, come avvenuto nell’aprile del 2024 dopo l’attacco missilistico iraniano. Nessun accordo potrà ignorare la dimensione militare israeliana.
Il gioco degli attori regionali
A complicare ulteriormente il quadro c’è la posizione degli alleati del Golfo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti guardano con favore a un accordo che riduca la minaccia missilistica e navale iraniana, ma temono che una distensione tra Washington e Teheran possa tradursi in un disimpegno americano dalla regione. Riad ha già avviato un dialogo diretto con i Guardiani della Rivoluzione, ma mantiene una linea prudente: vuole vedere le controparti prima di schierarsi.
Ankara, dal canto suo, osserva con attenzione. Il presidente Erdogan ha mediato nei mesi scorsi su alcuni dossier umanitari, ma la competizione per l’influenza in Iraq e nel Caucaso rende la Turchia più spettatrice che attrice in questo negoziato.
Le variabili interne a Teheran
Sul fronte interno, il governo del presidente Massoud Pezeshkian, eletto nell’estate del 2024 con un programma di apertura e riforme economiche, si trova stretto tra la volontà di alleggerire le sanzioni e la resistenza dei settori più duri del regime. I Guardiani della Rivoluzione controllano direttamente il programma missilistico e le reti regionali: accettare le condizioni americane significherebbe per loro perdere potere politico e risorse finanziarie. La successione a Khamenei, oggi ottantaseienne, è un’ulteriore variabile che rende ogni concessione esplosiva. Chi parla a nome dell’Iran oggi potrebbe non essere al vertice domani.
La posta in gioco
L’evidenza è una: la posta in gioco è il più ampio ridisegno della sicurezza in Medio Oriente da decenni, e il margine per mezze misure appare ormai esaurito. Trump ha scelto la strategia del bastone e della carota, ma ha messo più acciaio che oro sul tavolo. Un eventuale fallimento della trattativa aprirebbe scenari di confronto diretto, con Israele pronto a colpire i siti nucleari in assenza di un accordo ritenuto credibile.
Un successo, invece, ricomporrebbe il quadro geopolitico del Golfo, ridurrebbe il prezzo del petrolio per effetto della fine delle tensioni sullo Stretto di Hormuz e riaprirebbe il mercato iraniano agli investimenti occidentali dopo quasi un decennio di embargo. L’amministrazione americana ha scelto la strategia del tutto o nulla. La domanda, ora, è se Teheran abbia la capacità e la volontà di rispondere allo stesso modo, o se cercherà di guadagnare tempo in attesa di un cambio di presidenza a Washington. Il tempo, in Medio Oriente, non è mai una variabile neutrale.
