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Trump sdogana la Groenlandia e sfida la Nato: “Non ci avete mai aiutato, l’Ucraina faccia la pace”

Donald Trump riscrive la geopolitica a colpi di intervista. Negando il sacrificio degli alleati, minacciando ritorsioni finanziarie all’Europa e presentando come un trionfo personale un vago accordo sulla Groenlandia. Il presidente americano, in una lunga conversazione con Fox News, ha tracciato i confini di una nuova dottrina: l’America prima di tutto, anche a costo di riscrivere la storia e di scuotere le fondamenta dell’Alleanza Atlantica. La guerra in Ucraina, ha intimato, deve finire. E i partner europei farebbero meglio a non vendere titoli americani. Il tutto mentre il Pentagono e la Nato cercano di tenere la barra dritta.

Le sue parole più dure hanno riguardato il passato. “Non abbiamo mai avuto bisogno di loro. Non abbiamo mai avuto bisogno di chiedere nulla”, ha dichiarato Trump, sminuendo il contributo della Nato dopo l’11 settembre. Una ricostruzione che cancella con un sorriso il sangue di centinaia di soldati alleati morti in Afghanistan. “Dicono di aver inviato truppe… ma sono rimaste un po’ indietro, un po’ lontane dalla prima linea”. Una versione che i libri di storia e i bollettini di guerra smentiscono platealmente. È la sintesi estrema del suo credo: gli altri danno poco, gli Stati Uniti pagano troppo.

L’avvertimento a Putin e l’incontro con Zelensky

Sul presente, il messaggio al Cremlino è stato netto. “Questa guerra deve finire”. Trump ha riferito di aver incontrato Volodymyr Zelensky a Davos e di avergli detto che “tutti vogliono la fine della guerra”. Un’affermazione che suona come un invito alla trattativa, più che come un sostegno incondizionato a Kiev. “L’incontro è stato buono. Vedremo come andrà a finire”. Una freddezza strategica che delinea uno scenario possibile: una pressione su Kiev per accettare concessioni, se Trump tornerà alla Casa Bianca. Il presidente ucraino, dal canto suo, continua a chiedere armi, non mediazioni.

Il capitolo che Trump ha presentato come una vittoria è quello groenlandese. “Avremo accesso totale”, ha annunciato riguardo all’accordo quadro trovato con il segretario generale della Nato, Mark Rutte. “Si stanno ancora negoziando i dettagli, ma di fatto è accesso totale. Non c’è scadenza”. Un trionfo, a suo dire, ottenuto senza concedere nulla. “Un “pezzo” del Golden Dome sarà sull’isola ed è molto importante perché tutto passa da lì sopra. Se i cattivi iniziano a sparare, passa tutto sopra la Groenlandia”. Per lui, è un affare: “Otteniamo tutto ciò che vogliamo e gratis”. La Danimarca, che sovrana dell’isola autonoma, non ha commentato.

La Nato prova a tenere la linea: “Restiamo uniti e pronti”

Mentre Trump parlava, il Comando Supremo della Nato per l’Europa cercava di normalizzare la situazione. Il generale statunitense Alexus Grynkewich ha dichiarato che l’Alleanza è pronta, se richiesto, a pianificare una missione per proteggere l’Artico, ma ha precisato: “Non abbiamo ancora pianificato nulla. Non abbiamo ricevuto indicazioni politiche”. Ha minimizzato l’impatto delle dichiarazioni di Trump sull’unità dei 32 paesi: “Restiamo forti, rimaniamo uniti e rimaniamo pronti”. Ha anche chiarito che non sono previste esercitazioni Nato in Groenlandia nel prossimo futuro, ma che si terranno manovre programmate altrove nell’Artico. Una risposta istituzionale che cerca di coprire lo scarto tra le parole del presidente e la routine dell’Alleanza.

L’ultimo avvertimento di Trump è stato di natura economica, un campo in cui si sente particolarmente a suo agio. Intervistato da Maria Bartiromo, ha reagito alla domanda se teme che le aziende europee possano vendere migliaia di miliardi in titoli americani per ritorsione. “No. Se lo fanno, lo fanno. Se accadesse, ci sarebbe una pesante ritorsione. Abbiamo tutte le carte in mano”. Un monito che riecheggia la retorica dei dazi e che getta un’ombra di instabilità anche sui mercati. È la chiusura del cerchio: dalla storia militare alla sicurezza artica, fino alla finanza, Trump impone la sua narrativa di potenza che non chiede permessi.

Una dottrina fatta di parole che scuotono gli equilibri

Il quadro che emerge è quello di una presidenza che fa della provocazione verbale uno strumento di politica estera. Trump ha detto tutto e il contrario di tutto: ha negato un aiuto storico, ha spinto per una pace in Ucraina che suona come una resa, ha millantato un accordo della cui portata reale si sa poco, ha minacciato l’Europa sul terreno economico. Ogni affermazione è un tentativo di riscrivere le regole a favore americano, o di ciò che lui ritiene tale. Gli alleati, e gli avversari, sono costretti a reagire. La Nato, con i suoi generali, cerca di mantenere la stabilità operativa. Ma il rumore di fondo è assordante. E la domanda che resta sospesa è fino a che punto le parole di oggi possano diventare la realtà disordinata di domani, se Trump riconquisterà l’Oval Office. Per ora, ha lanciato il sasso. E il mondo osserva, calcolando il costo delle onde d’urto.

Pubblicato da
Giuseppe Novelli