Politica

Turchia, Erdogan accelera repressione: tre mesi di stato emergenza

Niente reinstaurazione della pena di morte – almeno non ancora – ma tre mesi di stato di emergenza: il ritorno di Recep Tayyip Erdogan ad Ankara, dove ha presieduto ieri una riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale, ha sancito un nuovo passo avanti nella repressione del fallito golpe delle settimana scorsa. Lo stato di emergenza – a cui il governo turco non aveva fatto ricorso neanche dopo i sanguinosi attentati terroristici attribuiti all’Isis o al Pkk – permette infatti di imporre il coprifuoco, restringere il diritto di manifestare e limitare la libertà di movimento. Una misura che lo stesso Erdogan ha definito “necessaria per eradicare rapidamente tutti gli elementi dell’organizzazione terroristica implicati nel tentativo di colpo di Stato”, ovvero i sostenitori del presunto mandante del golpe, l’imam Fethullah Gulen, attualmente in esilio negli Stati Uniti. In una intervista ad Al Jazeera, il presidente tornato ad Ankara cinque giorni dopo il tentato golpe è stato chiaro: “altri nomi arriveranno nei prossimi giorni. Non abbiamo ancora finito”. Prima di assicurare che comunque la Turchia “non si allontanerà mai dal sistema della democrazia parlamentare”. A dire il vero, senza fare ricorso ad alcun provvedimento di natura straordinaria in soli sei giorni il governo turco ha già identificato e sospeso dagli incarichi o arrestato circa 55mila persone fra militari e funzionari pubblici, compresi centinaia di imam: nel mirino sono finiti in modo particolare – oltre a una parte della cupola militare e della magistratura – funzionari e docenti del Ministero della Pubblica istruzione, fino ad arrivare al richiamo degli accademici attualmente all’estero.

Ma Erdogan non punta il dito solo contro il suo ex alleato: “Altri Paesi potrebbero essere coinvolti” nel golpe, che “potrebbe non ancora essere finito”, ha avvertito senza citare nessuno in particolare, ma invitando ad esempio il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, a “farsi gli affari suoi”. Oltre a Parigi, anche Berlino ha ribadito le critiche alle continue “iniziative contrarie a un modus operandi che rispetti lo stato di diritto”; dopo l’appello del presidente Barack Obama a rispettare i “valori democratici” nelle indagini, Washington ha rinunciato anche alle circonlocuzioni diplomatiche e il Segretario di Stato John Kerry si è limitato a dare il proprio sostegno al governo, senza commentare in alcun modo le purghe in corso. L’Amministrazione Obama si trova di fatto in una situazione assai scomoda, non meno dell’Unione Europea anche se per motivi in parte diversi: Erdogan non ha esitato ad accusare Washington di essere coinvolta nel golpe esigendo quasi a mo’ di smentita l’immediata estradizione di Gulen, e dalla sua Ankara ha in mano una importante carta negoziale, la base Nato di Incirlik. A Incirlik sono di stanza la maggior parte dei circa 2.500 militari statunitensi che si trovano in Turchia ed è una delle principali basi operative e logistiche per le operazioni militari contro lo Stato Islamico (Isis), ma in generale uno dei pezzi essenziali della scacchiera strategica americana nella regione.

Ankara ha già mandato un avviso: nelle ore successive al golpe la base è stata accerchiata e privata di forniture elettriche, ufficialmente per permettere la cattura di alcuni ufficiali dell’aeronautica militare turca, considerata l’arma maggiormente coinvolta nel golpe e il cui comandante, Akin Ozturk, è stato arrestato. Non è l’unico: dietro le sbarre sono finiti altri 98 fra generali ed ammiragli, tra i quali anche l’aiutante di campo di Erdogan, Ali Yacizi: tutti in attesa di processo insieme ad altre migliaia di ufficiali e soldati. In tutto sono oltre 9mila le persone in stato di fermo od arresto, senza peraltro che sia chiaro se siano compresi fra i 55mila sospesi dal servizio. Erdogan peraltro continua a tenere il piede sull’acceleratore: ha chiesto ai suoi sostenitori di rimanere mobilitati e di scendere di nuovo in piazza, mentre l’aviazione turca ha colpito el postazioni del Pkk in Irak, prova che il governo avrebbe ripreso del tutto il controllo delle forze armate. Chi non si mostra troppo ottimista sull’evoluzione futura della situazione sono le agenzie di rating: SP Global Ratings ha abbassato la nota turca da BB+ a BB. (con fonte Afp)

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