Ucraina, primo anniversario della rivolta nell’Est. Conflitto gongelato

di Stefano Grazioli

Un anno fa, la mattina del 7 aprile 2014, iniziò in grande stile la rivolta nel sudest dell’Ucraina che nel giro di un paio di settimane si sarebbe trasformata in una guerra vera e propria. All’occupazione di edifici amministrativi e pubblici da parte di gruppi armati filorussi nei capoluoghi del Donbass, Donetsk e Lugansk, il governo di Kiev rispose poco dopo con il lancio della cosiddetta Ato, l’operazione antiterrorismo che avrebbe dovuto sedare in breve tempo i bollori separatisti e che dura in realtà ancora oggi, interrotta ufficialmente solo dagli accordi di Minsk. Negli ultimi dodici mesi l’ex repubblica sovietica è sprofondata in un conflitto che se direttamente ha interessato solo parte di due regioni vicino al confine con la Russia ha però avuto effetti collaterali per l’intero Paese: non si tratta solo degli oltre 6mila morti e del milione di profughi scappato dalle zone in guerra, ma del quadro generale che si avvicina più a quello di un failed state, uno Stato fallito, che non a quello di una democrazia da rilanciare. Dopo la cacciata di Victor Yanukovich, l’evento spartiacque visto da Mosca come un colpo di Stato e dall’Occidente come una rivoluzione democratica, il Paese è precipitato progressivamente nel baratro e i tentativi di risollevarsi fatti dal nuovo establishment si sono fermati in pratica solo alle questioni formali.

L’Ucraina, dopo aver perso la Crimea annessa da Mosca, è spaccata di fatto in due e il Donbass rimane sotto il controllo degli indipendentisti filorussi; l’economia è al collasso e Kiev sopravvive solo grazie agli aiuti della comunità internazionale; i riflessi della guerra non permettono di fare previsioni ottimistiche per il futuro e la fragilità degli accordi di Minsk è una spada di Damocle che pende sul rilancio dell’economia e mette in dubbio i calcoli di ripresa fatti sia del governo ucraino sia delle istituzioni che lo sostengono finanziariamente, a partire dal Fondo monetario internazionale. Il piano di aiuti da 40 miliardi di dollari previsto sino al 2018 potrebbe essere presto riscritto un’altra volta o diventare addirittura inutile. Tutto dipende insomma da come si evolverà il conflitto cominciato un anno fa e che nonostante i buoni propositi espressi nell’ultima intesa di febbraio in Bielorussia è sempre appeso a un filo. Sia dal punto di vista militare che da quello politico sono diverse le incognite che mettono a rischio il processo di pace: se da un lato la situazione tra Donetsk e Mariupol non è propriamente tranquilla, come dimostrano le continue scaramucce sulla linea del fronte, del dialogo che avrebbe dovuto iniziare tra Kiev e separatisti con l’implementazione dei primi punti degli accordi di Minsk non c’è in realtà nemmeno l’ombra.

Le questioni del decentramento amministrativo, delle elezioni locali da gestire in comune e della realizzazione di una regione di fatto a statuto speciale all’interno dell’Ucraina sono rimaste sulla carta e da entrambe la parti ci si accusa a vicenda per uno stallo che non promette nulla di buono. Nelle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk si continua a fare affidamento sul sostegno diretto e indiretto di Mosca, a Kiev la guerra tra oligarchi, insieme con l’eterogeneità del governo e le differenze di fondo tra il presidente Petro Poroshenko e il premier Arseni Yatseniuk, hanno rallentato anche i processi di riforma promessi proprio un anno fa nel tentativo di arginare l’ondata separatista. Dopo un anno di guerra il conflitto è momentaneamente congelato, come gli auspici di rinascita, e resta da vedere se la primavera appena iniziata farà sbocciare nuove speranze in un contesto internazionale più rilassato o riporterà invece tutti a una ancor peggiore realtà.

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