Un semestre di promesse mancate

Aveva promesso la “svolta buona”, ovvero la crescita del Paese, quasi a costo zero, con una sventagliata di riforme, una al mese, e niente tasse. Aveva promesso la lotta senza quartiere ai “professoroni”, ai “burocrati” che annacquano tutto, ai tecnocrati di Bruxelles sempre pronti a dare lezioni. Una pioggia di annunci, a colpi di slide, vignette con i pesciolini rossi e tweet. Un’operazione di marketing da far scoppiare d’invidia Berlusconi e che per qualche mese ha convinto pure l’arcigno Angela Merkel. “Questo vuol fare sul serio” era il passaparola nelle Cancellerie europee mentre oltre Oceano Obama lo indicava come un modello di attivismo. Mancava solo la copertina di Time a decretarlo “uomo dell’anno”. Poi però quella grande bolla ha cominciato a sgonfiarsi e hai voglia a dire che “c’è chi rema contro”, che “ci sono i gufi” e che “è colpa della crisi dell’Eurozona”. A sei mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi, gli effetti economici della “svolta buona” sono quasi nulli. A parte “la mancetta” degli 80 euro che, sarà un miracolo, se sopravviverà al 2015, e l’abbattimento del potere dei sindacati, con l’abolizione della concertazione, il resto è rimasto nel libro delle promesse.

Come quando disse che aveva la ricetta giusta per toccare una crescita del 2%. A luglio è costretto a fare marcia indietro. E ammette: “Forse cresceremo meno”. Poi quando arriva la doccia fredda dell’Istat che certifica la recessione, non demorde: “Non guardo i decimali. La nostra priorità è il lavoro”. E qui altre promesse mancate. Del Jobs Act rimangono dei brandelli. Il decreto Poletti contiene solo variazioni in tema di apprendistato e contratti a termine. Il cuore della riforma, ovvero le semplificazioni, la riduzione delle tipologie contrattuali, la riforma degli ammortizzatori sociali e l’abolizione della cassa integrazione in deroga, restano sulla carta. Ovvero sono affidati a un disegno di legge delega che dopo essere stato superato da altre “priorità” (leggi riforma del Senato) dovrebbe arrivare al traguardo per fine anno. Ma, attenzione, per essere operativo occorrono i decreti delegati. Alla faccia della tempestività.

Che dire poi dell’altra priorità, la riforma della pubblica amministrazione. Anche in questo caso i provvedimenti di svolta come la semplificazione con il dimensionamento degli uffici pubblici e il taglio del numero delle Prefetture, sono affidati a un disegno di legge delega. Doveva essere un gioco da ragazzi sbloccare i debiti della pubblica amministrazione pari a 68 miliardi. A due giorni dall’arrivo a Palazzo Chigi, Renzi annuncia “lo sblocco totale” e in tempi record “entro 15 giorni”. Poi fa marcia indietro e indica come nuova data “il 21 settembre”, sfidando anche Vespa: “Se ci riusciamo, lei va in pellegrinaggio a piedi da Firenze a Monte Senario”. Al momento nelle casse delle aziende sono arrivati 26,1 miliardi, meno della metà. Renzi pone tra le priorità l’edilizia scolastica. Tra le slide mette un piano per la scuola da 3,5 miliardi. “Già dall’estate” del 2014 saranno aperti 7 mila cantieri, per un valore di 2,2 miliardi. Ma al momento i soldi spendibili ammontano a 550 milioni e le scuole cadono a pezzi. Altra riforma rinviata è la legge elettorale. “Se arriviamo al 25 maggio senza aver fatto la legge elettorale non andiamo da nessuna parte” tuona il premier. Siamo ancora in attesa. E la lotta ai privilegi e agli enti inutili? A parte l’addio al Cnel, non se ne è fatto nulla. Anche a vendita delle auto blu tramite Internet è stato un flop.

 

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