APERTURA

“Uno dei più malvagi della Storia”: Trump certifica la fine di Khamenei e dell’era degli ayatollah

“Khamenei, una delle persone più malvagie della Storia, è morto.” Lo ha scritto Donald Trump su Truth Social, con la secchezza di chi non sente il bisogno di mediazioni diplomatiche. Il post del presidente americano chiude — almeno sul piano politico — le ore di incertezza che avevano seguito i raid dell’operazione “Epic Fury” sulla residenza della Guida Suprema della Repubblica islamica. Una conferma attesa, brutale nella forma, enorme nelle implicazioni: per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, la figura che ne incarna insieme l’autorità religiosa e il potere politico è stata eliminata da una potenza straniera.

Anche i media iraniani confermano la morte di Khamenei. Inoltre, secondo “fonti informate” sentite dall’agenzia di stampa iraniana Fars, la figlia, il genero e un nipote della Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, sono rimasti uccisi in un attacco lanciato ieri da Israele e Stati Uniti in Iran. Secondo l’agenzia di stampa, “si dice sia morta” anche una nuora dell’ayatollah.

Non è una replica di “Midnight Hammer”. L’operazione “Epic Fury”, condotta nella giornata odierna da Stati Uniti e Israele contro l’intera profondità strategica dell’Iran, aveva un obiettivo dichiarato fin dall’alba: rovesciare il regime degli ayatollah e neutralizzare fisicamente Khamenei. Il capo di stato maggiore israeliano, il Maggior Generale Eyal Zamir, l’aveva definita “una campagna significativa, fatale e senza precedenti”. Circa 200 caccia dell’aviazione israeliana hanno sorvolato il territorio iraniano in quello che Tel Aviv descrive come il più imponente dispiegamento aereo nella storia della propria aeronautica. Oggi quella campagna ha raggiunto il suo obiettivo principale.

Le ore di incertezza prima del post di Trump

Per ore, la sorte di Khamenei era rimasta avvolta in un’opacità deliberata. Channel 12 aveva diffuso la notizia della sua morte; la stampa internazionale l’aveva rilancita. Ma il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista a NBC News, aveva smentito con nettezza, affermando che quasi tutti i comandanti del regime erano “sani e salvi”, eccezion fatta per “uno o due”. Aveva perfino anticipato un imminente discorso di Khamenei alla nazione. I sostenitori della tesi della sua morte avevano replicato che quel messaggio potrebbe essere stato registrato nelle ore precedenti all’attacco. Il post di Trump ha tagliato corto su ogni ambiguità.

Restano da verificare le sorti di altri vertici del regime. Secondo fonti israeliane e americane, il generale Mohammad Pakpour, comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh potrebbero essere stati anch’essi uccisi nel corso dei raid mattutini. Una decapitazione della catena di comando che, se confermata nella sua interezza, non ha precedenti nella storia del Paese.

Sessanta morti in una scuola femminile

L’offensiva ha colpito obiettivi distribuiti su 24 delle 31 province iraniane. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, il bilancio complessivo ammonta a 201 morti e 747 feriti, con 220 squadre di soccorso spiegate sul territorio nazionale. Tra gli episodi più gravi figura la distruzione di una scuola femminile a Minab, nel sud del Paese: almeno 60 vittime, con il numero destinato ad aggravarsi mentre i soccorritori scavano tra le macerie. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di crimine “disumano”.

La morte di Khamenei non ha fermato la rappresaglia. Teheran ha risposto nella forma che più intimorisce l’intera regione: missili balistici. L’agenzia Tasmin ha riferito di attacchi contro basi militari statunitensi nel Golfo che avrebbero provocato la morte e il ferimento di almeno 200 soldati americani. Le principali città israeliane sono state investite da ondate successive di proiettili. È la risposta che Araghchi aveva già giustificato con una formula lapidaria: Teheran “ha imparato la lezione”. La scomparsa della Guida Suprema non ha cambiato la traiettoria dei missili.

Il Golfo sotto attacco: da Dubai a Kuwait City

Le sirene non hanno suonato solo in Israele. I contro-attacchi iraniani hanno investito in sequenza Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, trascinando nell’escalation un’intera costellazione di monarchie storicamente allineate con Washington. A Manama, capitale del Bahrein, diversi edifici residenziali risultano presi di mira. A Kuwait City, un drone ha centrato l’aeroporto internazionale causando danni strutturali. L’episodio più grave si è registrato a Dubai: tre ondate di missili hanno innescato un incendio nel quartiere di Palm Jumeirah, con quattro feriti accertati.

In questo scenario, la chiusura dello Stretto di Hormuz — annunciata da Teheran — rappresenta una mossa di pressione economica di prima grandezza. Attraverso quello stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale. La sua ostruzione, anche temporanea, è un messaggio rivolto non solo a Washington e Tel Aviv, ma all’intera economia globale. Araghchi ha dichiarato la disponibilità di Teheran a una de-escalation, subordinandola però alla cessazione dei raid americani e israeliani. Con Khamenei morto e i caccia ancora in volo, quella condizione appare oggi più lontana che mai.

Crosetto bloccato a Dubai, Tajani monitora la crisi

La crisi ha raggiunto anche la diplomazia italiana. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trovava a Dubai — dove era atterrato ieri sera con un volo civile per ricongiungersi alla famiglia — quando le chiusure degli spazi aerei mediorientali hanno cancellato il volo di rientro. Fonti governative assicurano che è “perfettamente operativo”, in contatto costante con Palazzo Chigi e con i vertici della Difesa. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto su X di aver riunito gli ambasciatori italiani in Medio Oriente, precisando che tutti i connazionali presenti nella regione sono “in buone condizioni” e annunciando contatti in corso con i colleghi del G7 e dell’Unione Europea.

Da Bruxelles è arrivata la risposta istituzionale più netta. L’Alto rappresentante per la Politica estera Kaja Kallas ha convocato un Consiglio Affari Esteri straordinario in collegamento video. In un post su X, Kallas ha condannato “gli attacchi indiscriminati del regime iraniano contro i suoi vicini”, avvertendo che tali azioni rischiano di “trascinare la regione in una guerra più ampia”. La chiosa è un ultimatum velato: “Il regime iraniano deve fare delle scelte.”

Un regime che, nel giro di poche ore, ha perso la propria Guida Suprema, il proprio comandante delle Guardie della Rivoluzione e il proprio ministro della Difesa. Le scelte, ammesso che qualcuno sia ancora in grado di farle, si stanno esaurendo in fretta.

Pubblicato da
Enzo Marino