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Usa e Israele attaccano l’Iran: Khamenei è vivo o morto? Tajani: “I nostri connazionali sono tutti in buone condizioni”

Un attacco massiccio e coordinato, condotto da circa 200 caccia israeliani insieme all’aviazione statunitense, ha colpito nelle ultime ore 24 delle 31 province iraniane, provocando oltre 200 morti e 747 feriti secondo la Mezzaluna Rossa. Teheran ha risposto con una pioggia di missili balistici su Israele e sulle basi americane nel Golfo, causando secondo fonti iraniane almeno 200 vittime militari statunitensi. Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso. La sorte della Guida Suprema Ali Khamenei rimane incerta, mentre l’Unione Europea ha convocato un Consiglio Affari Esteri straordinario.

Non è una replica di “Midnight Hammer”. L’operazione “Epic Fury”, condotta nella giornata di oggi da Stati Uniti e Israele contro l’intera profondità strategica dell’Iran, ha una scala e un’ambizione radicalmente diverse: rovesciare il regime della Repubblica islamica ed eliminare fisicamente la sua Guida Suprema, Ali Khamenei. Lo stesso presidente Donald Trump ha già messo in conto un tributo di sangue americano. Non è, questo, il linguaggio di un’incursione chirurgica. È il linguaggio di una guerra.

L’offensiva, battezzata “Epic Fury”, è stata condotta in forma congiunta dall’esercito statunitense e dall’IDF israeliano. Il capo di stato maggiore israeliano, il Maggior Generale Eyal Zamir, l’ha definita “una campagna significativa, fatale e senza precedenti”. Circa 200 caccia dell’aviazione israeliana hanno sorvolato il territorio iraniano in quello che le stesse fonti di Tel Aviv descrivono come il più imponente dispiegamento aereo nella storia dell’Aeronautica Militare israeliana. Il risultato visibile è la distruzione della residenza di Khamenei. La sua sorte, invece, è ancora avvolta nell’incertezza.

La morte di Khamenei: annuncio e smentita

Channel 12, l’emittente israeliana, ha diffuso la notizia dell’uccisione della Guida Suprema. La stampa internazionale l’ha rilancita. Ma il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista a NBC News, ha smentito con nettezza, affermando che quasi tutti i comandanti del regime sono “sani e salvi”, eccezion fatta per “uno o due”, circostanza che — a suo dire — non rappresenta un problema rilevante. Araghchi ha inoltre anticipato che Khamenei dovrebbe tenere un discorso alla nazione. I sostenitori della tesi della sua morte replicano che quel messaggio potrebbe essere stato registrato nelle ore precedenti all’attacco.

Il quadro resta, dunque, volutamente opaco. Ciò che appare più verificabile è la sorte di altri vertici del regime. Secondo fonti israeliane e americane, il generale Mohammad Pakpour, comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh potrebbero essere stati uccisi nel corso dei raid mattutini. Una decapitazione parziale della catena di comando militare iraniana, se confermata, di portata comunque storica.

Sessanta morti in una scuola femminile

L’offensiva ha colpito obiettivi distribuiti su 24 delle 31 province iraniane. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, il bilancio complessivo ammonta a 201 morti e 747 feriti, con 220 squadre di soccorso dispIegate sul territorio. Tra gli episodi più gravi, la distruzione di una scuola femminile a Minab, nel sud del Paese: almeno 60 vittime, con il numero destinato ad aggravarsi mentre i soccorritori scavano tra le macerie. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di crimine “disumano”.

Teheran non ha atteso. La risposta è arrivata nella forma che più intimorisce l’intera regione: missili balistici. L’agenzia Tasmin ha riferito di attacchi contro basi militari statunitensi nel Golfo che avrebbero provocato la morte e il ferimento di almeno 200 soldati americani. Le principali città israeliane sono state investite da ondate successive di proiettili. È la rappresaglia che il ministro Araghchi ha giustificato con una formula lapidaria: Teheran “ha imparato la lezione”.

Il Golfo sotto attacco: da Dubai a Kuwait City

Le sirene non hanno suonato solo in Israele. I contro-attacchi iraniani hanno investito in sequenza Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, trascinando nell’escalation un’intera costellazione di monarchie del Golfo storicamente allineate con Washington. A Manama, capitale del Bahrein, diversi edifici residenziali risultano presi di mira. A Kuwait City, un drone ha centrato l’aeroporto internazionale causando danni strutturali. L’episodio più grave si è registrato a Dubai: tre ondate di missili iraniani hanno innescato un incendio nel quartiere di Palm Jumeirah, con quattro feriti accertati.

In questo scenario, la chiusura dello Stretto di Hormuz — annunciata da Teheran — rappresenta una mossa di pressione economica globale di prima grandezza. Attraverso quello stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale. La sua ostruzione, anche temporanea, è un messaggio rivolto non solo a Washington e Tel Aviv, ma all’intera economia globale.

Crosetto bloccato a Dubai, Tajani monitora la crisi

La crisi ha raggiunto anche la diplomazia italiana. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trovava a Dubai — dove era atterrato ieri sera con un volo civile per ricongiungersi alla famiglia — quando le chiusure degli spazi aerei mediorientali hanno cancellato il volo di rientro. Fonti governative assicurano che Crosetto è “perfettamente operativo”, in contatto con Palazzo Chigi e con i vertici della Difesa.

Sul fronte della Farnesina, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto su X di aver riunito gli ambasciatori italiani in Medio Oriente e di seguire “minuto per minuto” la situazione dei connazionali, militari e civili, presenti nella regione. “Tutti i nostri connazionali sono in buone condizioni”, ha precisato, annunciando contatti in corso con i ministri del G7 e dell’Unione Europea.

Proprio da Bruxelles è arrivata la risposta istituzionale più netta. L’Alto rappresentante per la Politica estera Kaja Kallas ha convocato un Consiglio Affari Esteri straordinario in collegamento video. In un post su X, Kallas ha condannato “gli attacchi indiscriminati del regime iraniano contro i suoi vicini”, avvertendo che tali azioni “comportano il rischio di trascinare la regione in una guerra più ampia”. Il messaggio finale è un ultimatum velato: “Il regime iraniano deve fare delle scelte”.

Araghchi, dal canto suo, ha dichiarato la disponibilità di Teheran a una de-escalation, subordinandola però alla cessazione dei raid americani e israeliani. Una condizione che, allo stato attuale, nessuno dei due aggressori mostra intenzione di accettare. I caccia continuano a volare. I missili continuano a cadere.

Pubblicato da
Enzo Marino