Matteo Salvini e Roberto Vannacci
Il voto alla Camera sulla risoluzione che impegna il governo a proseguire il sostegno all’Ucraina ha messo in luce una frattura apparente nella Lega: mentre il segretario Matteo Salvini incassa con soddisfazione un testo “equilibrato” e votato dalla quasi totalità del gruppo parlamentare, il generale Roberto Vannacci — fresco di elezione al Parlamento — invoca un “decreto Italia” e rifiuta ogni ulteriore aiuto militare a Kiev. Il risultato? Solo due deputati seguono la sua linea: Rossano Sasso ed Edoardo Ziello. In Senato, Claudio Borghi si astiene, ma per ragioni sue, non certo per fedeltà al nuovo “capo corrente”. La Lega minimizza: “È una correntina, non una crisi”.
Salvini, da giorni, ha lavorato per costruire un compromesso con Fratelli d’Italia e Forza Italia, evitando che la politica estera diventasse il terreno dello scontro interno. Il segretario ha insistito sul fatto che la risoluzione approvata “non parla di attacco, né di guerra, ma di difesa”: una formulazione che ha permesso alla Lega di restare dentro la maggioranza senza tradire la propria retorica sovranista. “Siamo contenti”, ha detto, e i numeri gli danno ragione. Dei 120 parlamentari leghisti, appena due hanno votato contro. Gli altri, compresi nomi dati per ribelli come Barabotti e Montemagni, hanno seguito la linea del Carroccio. Furgiuele, invece, era assente.
L’episodio conferma che Vannacci, pur avendo un seguito mediatico notevole, non dispone di un vero zoccolo duro in Parlamento. “Il peso di Vannacci nei gruppi è di due parlamentari…”, ammette con disincanto un esponente vicino a Salvini. Il generale, infatti, non si è nemmeno presentato al flash mob organizzato dai suoi sostenitori davanti a Montecitorio, preferendo restare in ombra dopo aver lanciato il suo appello sui social. Una scelta che ne indebolisce ulteriormente la credibilità politica: se vuoi costruire una corrente, devi almeno mostrarti quando conti i voti.
La leadership salviniana, dal canto suo, non sembra preoccupata. “Quello della guerra è un tema ‘identitario’ per Vannacci, Matteo non è per nulla turbato”, spiega un deputato del gruppo. E aggiunge: “Se fosse solo su questo, va bene. Ma se ogni giorno diventasse un tema diverso, sarebbe un problema. Non credo però che Vannacci voglia arrivare a tanto”. Il messaggio è chiaro: finché il generale resta su posizioni marginali, la Lega lo tollererà. Ma se provasse a trasformare la sua visibilità in potere reale, il partito non esiterebbe a richiamarlo all’ordine.
Intanto, la direzione del Carroccio punta a tenere alta l’attenzione su altri dossier, più utili in vista delle prossime tornate elettorali. In particolare, la sicurezza interna. Nei giorni scorsi, la Commissione Difesa della Camera avrebbe dovuto votare una risoluzione del leghista Zoffili per rafforzare l’operazione “Strade Sicure” con più militari sul territorio. La seduta, però, è stata sconvocata per “motivi tecnici”. I vertici del partito assicurano che il voto slitterà a martedì o mercoledì, e che “la Lega non arretrerà di un millimetro” sulla richiesta di aumentare il contingente impiegato in operazioni di presidio urbano.
La strategia è evidente: spostare il dibattito pubblico dall’Ucraina alle strade italiane, dove la Lega si sente più forte e più credibile. Mentre Vannacci gioca la sua partita ideologica sui social, Salvini lavora per intestarsi il nuovo decreto sicurezza in preparazione al Viminale, consolidando il proprio ruolo di garante dell’ordine pubblico. In questo contesto, le voci fuori dal coro vengono considerate rumore di fondo, non una minaccia reale. Tanto più che, come dimostra il voto di oggi, non hanno seguito parlamentare.
Del resto, anche la gestione del dissenso interno segue una logica precisa: niente sanzioni disciplinari, niente clamore. “Meglio tenere la vicenda più ‘bassa’ possibile, evitando di enfatizzarla”, ammettono fonti di partito. L’obiettivo è non dare ossigeno a una narrazione che dipinga la Lega come divisa. Meglio far passare il messaggio che si tratta di un episodio isolato, di poco conto. E in effetti, guardando i numeri, lo è.
Roberto Vannacci resta una figura di rottura, ma per ora solo simbolica. Ha conquistato l’attenzione dei media, soprattutto grazie al successo del suo libro e alla sua retorica anti-sistema, ma non ha ancora costruito una base parlamentare. Né sembra intenzionato a farlo con metodo. Il suo “no” all’Ucraina serve più a marcare una distanza identitaria che a costruire un’alternativa politica. E Salvini lo sa bene. Per questo può permettersi di sorridere, mentre guida il partito verso obiettivi più concreti: il controllo del territorio, la sicurezza, la narrazione della “difesa nazionale” — non quella degli altri.