Alberto Trentini (destra) e Mario Burlò nella residenza dell'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito (foto ministero degli Esteri)
Sono liberi. Alberto Trentini e Mario Burlò hanno lasciato il carcere di El Rodeo I alle 15 ora locale di domenica, le 20 in Italia, e sono stati trasferiti all’ambasciata italiana a Caracas. Per la prima volta dopo mesi di detenzione, senza cappuccio in testa.
I due connazionali hanno varcato il portone della sede diplomatica intorno alle 23 locali, accolti dall’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito che aveva fatto preparare due stanze per loro. Alle 3.50 di lunedì mattina la telefonata che ha svegliato il ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Sono qui, sono liberi, stanno bene”. La notizia è rimbalzata immediatamente a Palazzo Chigi, dove la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricevuto la conferma che attendeva da mesi.
Un aereo di Stato è già decollato da Ciampino nella notte per andare a riprendere i due italiani. L’arrivo a Roma è previsto per la prima mattinata di domani, martedì. “Ho parlato con entrambi, erano in buone condizioni. Mi sono preoccupato soprattutto di quello”, ha dichiarato Tajani durante il punto stampa convocato d’urgenza alla Farnesina.
Il vicepremier ha ricostruito le ultime quarantotto ore decisive: “Ieri ho passato la domenica qui, alla Farnesina. Abbiamo lavorato a lungo. Verso le 20.10 il ministro degli Esteri del Venezuela mi ha comunicato che la presidente Rodríguez aveva deciso di liberare Trentini. Io avevo chiesto durante la riunione del G7 che venissero liberate quattro persone, e tra queste c’era lui. Mi ha detto che nel giro di poco tempo sarebbe stato liberato lui e altri italiani”.
Le prime parole di Trentini, una volta arrivato in ambasciata, hanno il sapore della libertà ritrovata e di una leggerezza quasi surreale: “Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato. Ora posso avere una sigaretta?”. Quattrocentoventitré giorni riassunti in poche frasi. Il cooperante veneziano ha raccontato che non gli sono stati forniti gli occhiali, necessari per leggere, e nemmeno le sigarette. Ma il trattamento da parte delle guardie carcerarie non è stato inumano. “Anche il cibo era sufficiente”, ha aggiunto. Con uno strappo alle regole della residenza diplomatica, ai due sono state concesse due sigarette a testa.
La liberazione è il risultato di un’operazione diplomatica complessa, condotta per mesi dietro le quinte. La svolta è arrivata domenica sera, quando il governo venezuelano ha comunicato la decisione. “È un forte segnale da parte della presidente Rodríguez che il governo italiano apprezza molto”, ha sottolineato Tajani. Il ministro ha insistito con il suo omologo venezuelano: “Il primo segnale dovete darlo adesso e poi liberare tutti gli italiani”. E così è stato.
La premier Meloni ha espresso “gioia e soddisfazione” per la liberazione: “Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodríguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato”.
Secondo Tajani si tratta di “un grande lavoro della nostra diplomazia” e di “un successo anche del governo che ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c’è stato in Venezuela”. Con questa liberazione salgono a quattro o cinque gli italiani tornati in patria dal Paese sudamericano. “Credo che la cosa sia per noi molto positiva e creerà un nuovo rapporto tra Italia e Venezuela”, ha aggiunto il ministro, ricordando tuttavia che “adesso abbiamo ancora 42 italiani detenuti, italiani e italo-venezuelani. Quelli con solo passaporto italiano sono tutti fuori. I detenuti politici sono 24, gli altri non sono politici, adesso lavoriamo per fare in modo che possano essere liberati nel maggior numero possibile”.
“Nell’ultimo trasferimento non siamo stati incappucciati, a differenza delle altre volte”, ha raccontato Trentini all’ambasciatore De Vito. Per mesi, ogni volta che venivano spostati da una cella all’altra all’interno del penitenziario, i due italiani dovevano indossare un cappuccio. Una pratica umiliante che questa volta, nell’ultimo viaggio verso la libertà, è stata evitata.
I due hanno confessato di essere rimasti completamente sorpresi dalla liberazione: “Non ci aspettavamo di uscire, non avevamo saputo niente”. Nessun preavviso, nessuna comunicazione ufficiale. Fino all’ultimo momento non sapevano cosa stesse per accadere. Una volta giunti in ambasciata, hanno potuto finalmente chiamare i propri familiari. Trentini ha sentito sia la madre Armanda che la fidanzata: “Come stai? Ma stai bene? Noi siamo tutti qui, ti aspettiamo”, gli hanno detto con la voce rotta dall’emozione e dal sollievo.
Alberto Trentini, cooperante umanitario originario del Lido di Venezia, ha 46 anni e una lunga esperienza nel settore dell’aiuto internazionale. Era stato arrestato il 15 novembre 2023 mentre si recava da Caracas a Guasdualito, nel sudovest del Venezuela, per una missione con l’ong Humanity and Inclusion. Il fermo era avvenuto circa tre settimane dopo il suo arrivo nel Paese. Da quel momento, per lui erano iniziati 423 giorni di detenzione nel famigerato carcere di massima sicurezza di El Rodeo, presso la capitale venezuelana.
Le autorità venezuelane non hanno mai reso noti capi d’imputazione formali a suo carico. Secondo fonti non ufficiali riportate da diversi organi di stampa, sarebbe stato accusato di cospirazione contro le autorità del Paese. Un’accusa che è diventata una sorta di automatismo per il regime di Nicolás Maduro rispetto a persone ritenute in qualche modo scomode per le loro attività. Un’accusa vaga, mai formalizzata, che ha tenuto Trentini in carcere per oltre un anno senza processo.
Durante la detenzione, Trentini ha resistito alle dure condizioni del carcere. Non ha potuto leggere per mesi, privato degli occhiali. Non ha potuto fumare. Ma, come ha raccontato lui stesso, non ha subito torture fisiche e il cibo era sufficiente. Una testimonianza che, pur nella drammaticità della situazione, lascia intravedere come il trattamento non sia stato quello peggiore riservato ad altri detenuti politici in Venezuela.
“È stato un lavoro di squadra, un lavoro di Paese”, racconta un membro della task force diplomatica e d’intelligence che ha lavorato al caso, chiedendo di mantenere l’anonimato. “La Farnesina, Palazzo Chigi, i servizi d’intelligence hanno dato il massimo. Sarebbe lunghissimo l’elenco di tutti quelli che hanno lavorato a questo risultato, ognuno apportando il proprio pezzetto di alta professionalità. Un contributo corale, sempre in costante contatto con le famiglie”.
Le ultime ore sono state “spasmodiche”, confida la fonte qualificata: “Sapevamo che eravamo molto vicini al traguardo però eravamo lo stesso preoccupati, perché la situazione in Venezuela è molto complessa, soprattutto per le dinamiche interne al nuovo governo, tra una postura più dialogante di alcuni e una meno favorevole di altri”. Il timore era che, all’ultimo momento, qualcosa potesse andare storto. Che le correnti più dure del regime venezuelano potessero prevalere su quelle più dialoganti.
Invece l’operazione è andata in porto. Determinanti sono stati i rapporti e le interlocuzioni continue del ministro Tajani con gli Stati Uniti, i contatti ad altissimo livello della premier Meloni con le controparti internazionali, e il lavoro silenzioso ma efficace dei servizi di intelligence. “Questa liberazione dimostra ancora una volta che gli italiani non vengono mai abbandonati”, sottolinea l’uomo della task force. “Nella nostra prioritaria short-list c’erano sei nomi e oggi sono tutti liberi. Ma ci occuperemo anche degli altri italiani, con la doppia cittadinanza, che sono ancora reclusi: almeno una decina”.
Anche la Chiesa cattolica ha avuto un ruolo fondamentale in questa vicenda, come spesso accade nelle situazioni più delicate che coinvolgono Paesi con cui i rapporti diplomatici sono difficili. “La Chiesa sempre molto discreta, però presente, ci aiutò moltissimo a ottobre scorso a riavviare il dialogo con i venezuelani che si era interrotto in occasione della canonizzazione dei due santi a San Pietro”, rivela la fonte della task force.
I canali vaticani, spesso più fluidi e meno formali di quelli diplomatici tradizionali, hanno permesso di mantenere aperti i contatti anche nei momenti più difficili. La Santa Sede ha agito da ponte, facilitando il dialogo tra Roma e Caracas quando le relazioni sembravano essersi congelate. Un ruolo che non viene mai ostentato, ma che risulta spesso decisivo nelle crisi internazionali che coinvolgono cittadini italiani.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato personalmente mamma Armanda, la madre di Alberto Trentini, per dirle che, dopo aver condiviso la sofferenza e l’attesa sua e di suo marito Ezio, “condividiamo tutti la loro felicità”. Una telefonata che ha commosso la famiglia veneziana, che per 423 giorni ha vissuto nell’angoscia di non sapere quando avrebbe potuto riabbracciare il figlio.
Anche la premier Meloni ha telefonato a casa dei genitori di Trentini, al Lido di Venezia, per dare loro personalmente la bella notizia. Un gesto che testimonia quanto la vicenda sia stata seguita ai massimi livelli istituzionali. Non solo per dovere istituzionale, ma con una partecipazione umana che ha fatto sentire la famiglia costantemente vicina alle istituzioni.
L’ambasciatore De Vito, da Caracas, sempre molto misurato e accorto con le parole, ha dichiarato che “Trentini e Burlò stanno bene” e di essere “felice di aver contribuito a questo risultato”. “È stata un’operazione complessa, cui tanti hanno lavorato per mesi, senza sosta, dietro le quinte”, ha aggiunto il diplomatico, che ha coordinato sul campo tutte le fasi della trattativa.
Insieme a Trentini è stato liberato anche Mario Burlò, altro connazionale detenuto nelle carceri venezuelane. Di Burlò si sa meno rispetto al cooperante veneziano, ma anche lui ha condiviso le stesse dure condizioni di detenzione a El Rodeo I. Anche lui ha vissuto i trasferimenti con il cappuccio, le privazioni, l’incertezza sul proprio destino. Anche per lui il momento della liberazione è stato inaspettato: “Non ci aspettavamo di uscire, non avevamo saputo niente”, ha raccontato insieme a Trentini.
Ora entrambi sono al sicuro nell’ambasciata italiana, in attesa dell’aereo che li riporterà a casa. L’ambasciatore De Vito ha fatto preparare due stanze dove i due hanno potuto finalmente riposare, dopo mesi trascorsi nelle celle del carcere venezuelano. Hanno potuto fare una doccia, cambiarsi d’abito, chiamare le famiglie. Piccoli gesti di normalità che per chi è stato detenuto a lungo rappresentano un lusso inestimabile.
La liberazione di Trentini e Burlò potrebbe segnare una svolta nei rapporti tra Italia e Venezuela. “Abbiamo apprezzato molto la decisione della presidente Rodríguez di liberare i nostri connazionali. Siamo già a quattro o cinque, quindi credo che la cosa sia per noi molto positiva e creerà un nuovo rapporto tra Italia e Venezuela”, ha dichiarato Tajani.
Il cambio di clima è evidente. Il governo italiano ha saputo cogliere i segnali di apertura provenienti da Caracas, dopo l’insediamento della presidente Delcy Rodríguez. Una leadership che sembra più disponibile al dialogo rispetto al passato. E l’Italia, da parte sua, ha dimostrato di voler investire in questo dialogo, mantenendo una linea ferma sulla tutela dei propri cittadini ma costruttiva sul piano diplomatico.
“C’è stato un cambiamento in Venezuela e noi lo abbiamo colto”, ha sottolineato il ministro degli Esteri. Una lettura politica che va oltre il singolo caso di Trentini e Burlò, e che guarda a un possibile disgelo nei rapporti tra Roma e Caracas. Restano ancora una decina di italiani con doppia cittadinanza detenuti in Venezuela, e il governo ha già fatto sapere che si occuperà anche di loro.
L’aereo di Stato con a bordo Alberto Trentini e Mario Burlò è atteso a Ciampino per la prima mattinata di martedì. Ad attenderli ci saranno i familiari, che potranno finalmente riabbracciare i loro cari dopo mesi di angoscia. Per Trentini sarà il momento di rivedere la madre Armanda, il padre Ezio e la fidanzata. Per Burlò quello di ritrovare i suoi affetti.
La soddisfazione alla Farnesina in queste ore è massima. Un successo diplomatico che premia mesi di lavoro silenzioso e paziente. Un risultato che dimostra come, anche nei contesti più difficili, la diplomazia italiana sappia muoversi con efficacia. E che conferma, come ha detto l’uomo della task force, che “gli italiani non vengono mai abbandonati”.
Ora per Trentini e Burlò inizia una nuova fase: quella del ritorno alla normalità, dopo un’esperienza che li ha segnati profondamente. Quattrocentoventitré giorni che non si cancellano facilmente, ma che ora appartengono al passato. Davanti c’è la vita, la famiglia, la libertà. E la consapevolezza che l’Italia non li ha mai dimenticati.