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Venezuela, Meloni chiama leader dell’opposizione mentre l’Ue invita alla calma. Rubio difende l’operazione Usa: “Non invasione, ma arresto”

Un colpo di scena che riscrive la geopolitica del continente americano. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, aprendo un canale diretto con Caracas nel giorno dopo la cattura di Nicolás Maduro. Al centro del colloquio, le prospettive per una “transizione pacifica e democratica”. Intanto, da Bruxelles, l’Unione Europea esprime preoccupazione e invita alla moderazione, mentre da Washington parte la difesa a tutto campo dell’operazione militare. La deportazione a New York dell’ex presidente, accusato di narcotraffico, divide il palcoscenico internazionale e apre interrogativi sul futuro del Venezuela.

La telefonata della premier italiana non è un gesto casuale, ma un posizionamento preciso. Secondo fonti di Palazzo Chigi, Meloni e Machado hanno condiviso l’analisi secondo cui l’uscita di scena di Maduro “apre una nuova pagina di speranza” per il popolo venezuelano, che potrà tornare a godere di democrazia e Stato di diritto. Roma, pur allineata alla linea Ue, sceglie così di dare un segnale politico forte, riconoscendo nell’opposizione democratica un interlocutore privilegiato per la fase di transizione. Una mossa che rafforza il profilo internazionale del governo italiano, tradizionalmente attento all’America Latina.

La linea Ue: attenzione alla sovranità e appello alla moderazione

La reazione europea è più cauta e giuridicamente impostata. L’alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, ha diffuso una dichiarazione in nome dei 26 Stati membri che la sostengono (mancano all’appello, tra gli altri, l’Ungheria). Il testo è un delicato esercizio di equilibrio. Da un lato, Bruxelles ribadisce la posizione di sempre: Maduro “non ha la legittimità di un presidente eletto democraticamente” e l’Ue sostiene una “transizione pacifica guidata dal Venezuela”. Dall’altro, lancia un chiaro appello a “tutti gli attori” – implicando gli Stati Uniti – a “mantenere la calma e la moderazione” per scongiurare un’escalation.

Il cuore della dichiarazione Ue è il richiamo al diritto internazionale e ai principi di sovranità e integrità territoriale. Pur condannando il narcotraffico, definito “minaccia grave”, Bruxelles sottolinea che la lotta deve avvenire nel “pieno rispetto” di quei principi. Un monito a Washington a non varcare certe linee rosse. L’Ue si dice “in stretto contatto” con gli USA e i partner regionali per facilitare un “dialogo inclusivo”, chiede il rilascio dei prigionieri politici e assicura che le cancellerie consolari stanno vigilando sulla sicurezza dei cittadini europei.

L’atto d’accusa a New York e il pesante fardello di Maduro

Oltre Atlantico, la macchina giudiziaria è già in moto. Nicolás Maduro, estradato negli Stati Uniti, deve affrontare un atto d’accusa aggiornato del tribunale federale del distretto meridionale di New York. I quattro capi d’imputazione – tra cui cospirazione per narcoterrorismo e cospirazione per importazione di cocaina – potrebbero costargli l’ergastolo. Rispetto alle accuse del 2020, il nuovo documento include come co-imputata la First Lady Cilia Flores e il figlio di Maduro, Nicolas Ernesto, ancora latitante.

L’accusa dipinge un quadro spietato: Maduro avrebbe “sfruttato l’autorità ottenuta illegalmente e le istituzioni corrotte” per trafficare “migliaia di tonnellate di cocaina” negli USA, usando droga e potere statale per arricchirsi e consolidare il controllo politico. Il documento ricostruisce la sua ascesa, definendolo “governante di fatto ma illegittimo”. Intanto, il bilancio umano dell’operazione è pesante: fonti venezuelane parlano di almeno 80 morti tra civili e forze di sicurezza, con numeri destinati a salire.

La difesa di Rubio: “Operazione chirurgica, non atto di guerra”

Di fronte alle critiche internazionali e alle polemiche dei democratici americani, l’amministrazione statunitense passa al contrattacco. A farlo è il segretario di Stato Marco Rubio, intervistato dal programma Meet the Press della NBC. La sua difesa è articolata e senza mezzi termini. “Non è stata un’invasione. È stata l’applicazione della legge per catturare un narcotrafficante incriminato”, dichiara, ridimensionando la portata militare: le truppe USA sono state a terra “solo per circa due ore”, il tempo necessario per estrarre Maduro.

Rubio respinge con forza l’accusa di aver bypassato il Congresso. L’operazione, spiega, non richiedeva l’autorizzazione perché non era “un’invasione né una missione militare prolungata”, ma un’azione chirurgica basata su “fattori scatenanti” imprevedibili (meteo, posizione del bersaglio). Avvisare il Congresso in anticipo avrebbe messo a rischio il successo. “Quando si tratta di Donald Trump”, attacca Rubio, “molti democratici perdono la testa”, ricordando come operazioni simili siano state condotte da presidenti di entrambi i partiti.

Le incognite sul campo: chi guiderà la transizione a Caracas?

Con Maduro in cella a New York, il vuoto di potere a Caracas è immediato e pericoloso. La costituzione venezuelana prevede una linea di successione, ma le istituzioni sono deboli e frammentate dopo anni di chavismo. L’opposizione, a lungo divisa, cerca di organizzarsi: la chiamata di Meloni a María Corina Machado la legittima internazionalmente, ma sul campo dovrà confrontarsi con settori delle forze armate e con figure del regime ancora in libertà.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti, pur uniti nell’obiettivo finale di una Venezuela democratico, mostrano differenze tattiche significative. Washington punta su una soluzione di rottura, simboleggiata dal processo a Maduro. Bruxelles, più cauta, teme l’instabilità e insiste per una transizione inclusiva e negoziata che eviti una guerra civile. La partita si giocherà anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove la dichiarazione Ue ricorda a tutti i membri, Russia e Cina in testa, la loro “responsabilità particolare” nel sostenere il diritto internazionale.

Le reazioni a catena in America Latina e lo spettro dell’instabilità

L’operazione americana ha scatenato un terremoto politico in tutta l’America Latina. Paesi come Messico, Bolivia e Cuba hanno condannato fermamente quello che definiscono un “atto di aggressione imperialista” e una violazione flagrante della sovranità nazionale. Altri, come Brasile e Colombia, hanno espresso preoccupazione per le modalità dell’intervento, pur non rimpiangendo Maduro, e chiesto un ritorno immediato all’ordine costituzionale e al dialogo.

Il rischio è un’ulteriore polarizzazione del continente, con ripercussioni sulla stabilità regionale. Il Venezuela, già allo stremo dopo anni di crisi economica e iperinflazione, potrebbe sprofondare nel caos se le diverse fazioni interne non troveranno un accordo. L’ondata di profughi venezuelani, che già pesa sui paesi confinanti, potrebbe intensificarsi. L’Europa, da parte sua, osserva con apprensione: una nuova crisi migratoria transatlantica è l’ultimo scenario che Bruxelles desidera.

Il lungo cammino verso le urne e il ruolo della comunità internazionale

La strada maestra indicata da tutti, almeno a parole, resta una soluzione politica e elettorale. L’obiettivo dichiarato dell’Ue è il ritorno a elezioni libere, credibili e inclusive nel più breve tempo possibile. Tuttavia, il percorso per arrivarci è minato. Servirà un governo di unità nazionale per gestire l’emergenza umanitaria e preparare il voto. Servirà il reintegro dell’esercito sotto un controllo civile democratico. Serviranno garanzie per tutti.

In questa fase, il ruolo della comunità internazionale sarà cruciale non solo nella diplomazia, ma anche nel sostegno concreto. L’Italia, con la sua mossa tempestiva, sembra voler giocare una partita in prima fila, sfruttando i suoi legami storici e culturali con il Sud America. La crisi venezuelana, dopo il drammatico colpo di scena, è entrata in una nuova fase. Più incerta, più pericolosa, ma forse, per la prima volta dopo anni, davvero aperta al cambiamento. La posta in gioco è altissima: la pace regionale, la credibilità del diritto internazionale e il futuro di trenta milioni di persone.

Pubblicato da
Eleonora Fabbri