Economia

Vertice Ue ad alta tensione, le cifre della nuova proposta Michel

Un taglio di 50 miliardi di euro alle sovvenzioni (“grants”), compensato da un uguale aumento dei prestiti diretti agli Stati (“loans”), nell’equilibrio previsto dal Recovery fund (Rrf) da 750 miliardi complessivi: i “grants” passerebbero così da 500 a 450 miliardi e i “loans” da 250 a 300 miliardi (rapporto 60% – 40% invece che 66%-33% della proposta originaria della Commissione). E’ la modifica più sostanziale presente nel “non paper”, una nuova proposta di compromesso, che il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha messo sul tavolo del vertice dei capi di Stato e di governo Ue di Bruxelles, dedicato al negoziato sul bilancio pluriennale comunitario 2021-2027 e sul Recovery plan post pandemico. Un’altra modifica importante, per venire incontro alle esigenze di tre dei quattro “frugali” (Austria, Svezia, Danimarca) è l’aumento di 100 milioni di euro (per sette anni) dei loro “rebate”, gli “sconti” sulle contribuzioni nazionali al bilancio comunitario, mentre il mantenimento al 20% (anziché riduzione al 10% come proponeva la Commissione) della trattenuta sui dazi alle importazioni riscossi per conto dell’Unione doganale, come costo di raccolta, favorisce il quarto “frugale”, l’Olanda, con i suoi grandi porti commerciali (Rotterdam è il più grande d’Europa).

Viene cambiata sostanzialmente anche la composizione dei programmi di “Next Generation EU”, il Recovery plan complessivo proposto dalla Commissione: le sovvenzioni del Rrf aumentano da 310 a 325 miliardi, ma vengono ridotti di 5 miliardi ciascuno ReactEU (fondi strutturali), il Fondo di sviluppo rurale e i fondi Ndci per l’azione esterna, di 18,8 miliardi i due fondi di InvestEU, di 2,7 miliardi il fondo per la Salute, e di 2 miliardi il fondo per la ricerca “Horizon 2020”, mentre spariscono del tutto il “Solvency Instrument” da 26 miliardi, e i finanziamenti di RescEU da 2 miliardi per le catastrofi naturali e sanitarie. Un’altra concessione all’Olanda, ma con una formulazione che mira a renderla più accettabile per gli altri paesi e per la Commissione, è quella del “super freno di emergenza” riguardante la “governance” dei piani nazionali di spesa dei fondi Ue del Recovery plan. Il premier Mark Rutte chiedeva che i piani nazionali di spesa fossero approvati all’unanimità dai governi, ignorando il fatto che il Trattato assegna alla Commissione europea la prerogativa dell’esecuzione del bilancio Ue. La richiesta olandese prefigurava, sostanzialmente, un passaggio dalla competenza comunitaria a una competenza intergovernativa in questo campo.

Il non-paper di Michel propone che, nel normale processo di approvazione di un piano di spesa nazionale (proposta della Commissione, voto a maggioranza qualificata da parte dei ministri in Consiglio Ue), possa esservi entro tre giorni una richiesta, anche di un solo Stato membro, di far esaminare la proposta di decisione dal Consiglio europeo (i capi di Stato e di governo, che decidono per consenso, ovvero all’unanimità), oppure al Consiglio Ecofin (i ministri finanziari) che decide a in genere maggioranza qualificata (salvo per le materie fiscali e poche altre) “per affrontare in modo soddisfacente la questione”. La formula però appare fin troppo ambigua, perché non specifica come e chi decida alla fine, e potrebbe essere modificata ulteriormente. Un ulteriore novità riguarda la “soluzione ponte” da 11,5 miliardi da spendere nel 2020, che verrebbe abolita e sostituita da un effetto retroattivo che consentirebbe di finanziare con i fondi del programma “ReactEU” e con il Recovery Fund (Rrf) azioni cominciate a partire dal primo febbraio 2020, se conformi agli obiettivi indicati.

Infine, la nuova proposta Michel cerca di venire incontro alle preoccupazioni dell’Ungheria (e anche della Polonia) riguardo alla clausola sullo stato di diritto come condizione per avere i fondi Ue. Il meccanismo prospettato nella proposta negoziale originaria di Michel prevede la possibilità per la Commissione di proporre misure “appropriate e poporzionate”, da approvare in Consiglio Ue a maggioranza qualificata, nel caso in cui vengano individuate “carenze manifeste e generalizzate” nel rispetto dello stato di diritto da parte di un paese membro. Il “non paper” propone di mantenere questo meccanismo, ma precisando esplicitamente alcuni criteri (“obiettività, non discriminazione, parità di trattamento fra gli Stati membri, approccio non partigiano e basato su prove”) da rispettare nella valutazione della Commissione e nella decisione a maggioranza qualificata da parte degli Stati membri su eventuali misure da prendere.

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