Zingaretti: “Da Pd serietà, no bandierine”. E il governo continua a litigare, ora è scontro su Ius soli

Zingaretti: “Da Pd serietà, no bandierine”. E il governo continua a litigare, ora è scontro su Ius soli
Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio
17 novembre 2019

E’ successo raramente di vedere Nicola Zingaretti alzare il tono della voce, accalorarsi. Lo fa alla chiusura della tre giorni del Pd a Bologna per difendere l’identità del partito, il suo essere “utile” al Paese, al servizio per un “riscatto” dagli “umori neri” che ne stanno inquinando la vita o, per dirla con le parole di Gentiloni, in difesa di quella “democrazia liberale che è la vera posta del gioco”. “Ci vuole serietà se vogliamo cambiare l’Italia, non comizi. Ecco quindi chi siamo noi”, attacca il segretario. Un passaggio prima, del suo discorso, è ancora più duro: “Chi combatte il Pd per rosicare qualche consenso scava la fossa per se stesso e per tutto il centrosinistra italiano”. “Nessuno si illuda – rilancia senza mai nominare, nemmeno per sbaglio, Matteo Renzi, autore dell’ultima scissione – il Pd rimane il pilastro di ogni risposta alla destra”.

Dunque, il Pd chiude la convention “Tutta un’altra storia” ripartendo, se non dal “fango” – ovvero da quei luoghi che sembrano non esistere ma che appartengono ai tanti che lavorano per “uno stipendio da fame”, ricorda il sindacalista dell’Usb Abubakar Soumaoro – almeno dal rifiuto della “autosufficienza boriosa” (copyright Zingaretti). La “vocazione maggioritaria non viene dismessa”, assicura ma ora, con la riforma, dopo 12 anni, dello Statuto, “un partito più aperto alle persone, più forza ai circoli e ai territori, ai sindaci, ai circoli tematici e più opportunità di partecipazione”. Non manca chi intravede in tutto questo, qualche insidia, è il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, uno dei renziani che non hanno seguito l’ex premier nell’avventura di Italia Viva: è necessario, dice, “tenere la vocazione maggioritaria, rinchiuderci in nicchie politiche troppo ristrette, identitarie, è troppo rischioso. Il Pd e l’Italia non se lo possono permettere”. Certo, ricorda l’ex premier Paolo Gentiloni, non è che l’identità del Pd si esaurisce nell’adesione, leale finché si vuole al governo, perché i Dem non sono né “le cariatidi” dell’esecutivo nè quelli che fanno il gioco dei distinguo, cercando di piazzare bandierine “sotto forma di emendamenti” e di fatto – anche qui, senza nominarlo, il destinatario è inequivocabile – “nuocendo alla stabilità del governo” e facendone pagare il prezzo “agli italiani”.

Il Pd è il “campione del sostegno al governo” ma parla anche al suo popolo, “certo che le facciamo” tuona in un crescendo Zingaretti “le battaglie per rivedere i decreti Salvini”, come quella per la parità di retribuzione tra uomo e donna e “con i gruppi parlamentari ci batteremo per fare approvare Ius Soli e Ius Culturae”. Argomento, quest’ultimo, che suscita l’immediata reazione di Matteo Salvini, “pronto a dare battaglia dentro e fuori il Parlamento” e di Fratelli d’Italia secondo il quale “il Pd getta la maschera”. Ma anche del Movimento Cinquestelle. Fonti del partito replicano senza mezzi termini: “C’è mezzo paese sott’acqua e uno pensa allo ius soli? Siamo sconcertati. Preoccupiamoci delle famiglie in difficoltà, del lavoro, delle imprese. Pensiamo al paese, già abbiamo avuto uno che per un anno e mezzo ha fatto solo campagna elettorale”. Non tarda ad arrivare la contro-replica, proprio dall’assemblea di Bologna, del vice segretario del Pd Andrea Orlando: “A molti esponenti dei 5Stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nella stessa giornata”. askanews

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