Di Maio perde il timone, prima accusa il Mef ora l’Inps. Boeri anche nel mirino di Salvini

Di Maio perde il timone, prima accusa il Mef ora l’Inps. Boeri anche nel mirino di Salvini
Il capo politico del M5s, Luigi Di Maio
15 luglio 2018

Nell’infuocato weekend di metà luglio il mirino si sposta da via XX Settembre all’Inps. È lì che pare alla fine nascondersi la “manina” colpevole di aver inserito nella relazione tecnica al decreto dignità quelle stime sugli ottomila posti di lavoro l’anno a rischio che aveva fatto gridare Luigi Di Maio al complotto delle lobby.

Dopo le polemiche del sabato, si rappezza così, con l’individuazione di un colpevole esterno all’esecutivo, lo strappo consumatosi tra il leader pentastellato e l’economista Giovanni Tria. A sancire la ritrovata armonia una nota congiunta dei due che, caricata ulteriormente dalle dichiarazioni di Salvini, riversa sul presidente dell’Istituto di previdenza Tito Boeri la responsabilità di quei numeri con un “attacco senza precedenti” come lui stesso lo definisce. Non è la prima volta che Boeri finisce sulla lista nera del governo, dopo i ripetuti scontri con Salvini e la Lega per le sue posizioni sui migranti.

Stavolta sono i Cinque Stelle a prendere le distanze. E dire che sabato dal M5s era trapelata l’irritazione nei confronti di alcuni dirigenti considerati troppo vicini alle passate amministrazioni, tanto da sottolineare la necessità di “fare pulizia” al Mef come alla Ragioneria, che dall’Economia dipende. Domenica, il cambio di rotta, con Di Maio che assicura di non aver “mai accusato né il Ministero dell’Economia e delle Finanze né la Ragioneria Generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità”. Certamente però, dicono i due, “bisogna capire da dove provenga quella ‘manina’ che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef”.

Il ministro Tria, sollevata la sua amministrazione dai dubbi, mette a fuoco definendo “le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”, come si legge nella nota. Un assist perfetto per Matteo Salvini che prende la palla al balzo: “Il presidente Inps, nominato da Renzi, continua a ripetere che la legge Fornero non si può toccare e che gli immigrati pagano le pensioni degli italiani. Io penso che sbagli e che si dovrebbe dimettere”. La replica di Boeri non si fa attendere ed è durissima: “Siamo ai limiti del negazionismo economico”, dice in una nota spiegando che il decreto “comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato”.

Con un tale scenario “l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione”. Poi continua: “È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione” e anzi “la stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi”.

Per Boeri “l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare. Spaventa invece questa campagna contro chi cerca di porre su basi oggettive il confronto pubblico. Consapevoli dell’incertezza che circonda le stime svolgeremo, come sempre, il monitoraggio attento, che peraltro la legge ci richiede. Ma sin d’ora, di fronte a questi nuovi attacchi – e a quelli ulteriori del ministro Salvini – non posso che ribadire che i dati non si fanno intimidire”.

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