Ucciso al Baghadabi? Perché Mosca ha annunciato morte capo dell’Isis

16 giugno 2017

Un esperto russo di alto profilo spiega perché la notizia del giorno, ossia la possibile uccisione del califfo, al-Baghdadi, leader supremo dello Stato Islamico, è stata data dal Ministero della Difesa russo, ma al condizionale. “La certezza della morte ci può essere soltanto in due casi: quando viene mostrata la salma, o in seguito ad un annuncio dell’Isis stesso”, dichiara in un intervista ad Askanews Viktor Baranez, esperto militare della Komsomolskaja Pravda, quotidiano russo vicino al Cremlino. Ma se è stato annunciato, come risulta dal comunicato del quale Askanews ha ricevuto una copia, vuol dire che “come minimo il ministero ha 3 fonti coincidenti. Sottolineo: almeno”, continua Baranez. Già in precedenza la Difesa russa aveva precisato di considerare reali dei dati solo in base alla regola del “buon giornalismo” ossia le tre fonti, che in questo caso possono essere di tre tipi, spiega l’esperto: “russe, siriane o di infiltrati”. La certezza assoluta tuttavia potrebbe essere lontana. “Stiamo parlando di qualcuno che era in una prigione Usa ed è già scappato sotto il naso degli americani”. Al Baghdadi, è stato ribattezzato il califfo invisibile. Nato nel 1971 in Iraq, è diventato l’immagine del terrore nero e della minaccia dello stato Islamico non solo in Medio oriente, ma anche in Occidente.

Leggi anche:
Parte storica riduzione bilancio Usa, 10 miliardi Usd al mese di bond

Con l’intervento russo in Siria, nel settembre 2015, la caccia alla testa del Califfo tuttavia si è allargata. “È interessante perchè è come se fossero iniziate le Olimpiadi tra Russia e Usa, su chi ammazza per primo Al Baghdadi. Ma chiunque l’abbia fatto, lo faccia o lo farà, è bene che lo faccia”, dichiara Baranez. L’uccisione e comunque l’indebolimento dello Stato Islamico al momento è paragonabile al “mercurio di un termometro rotto. Si divide in una serie di piccoli pallini che scappano da tutte le parti. In Arabia Saudita, in Turchia, ovunque”. E il problema non può essere risolvibile con un “potente aspirapolvere” di un grande esercito. “E non si può escludere che i pallini si riuniscano in una grande massa, pericolosa”. Con o senza al Baghdadi. Secondo Baranez, attualmente il terreno più verosimile dove questa massa potrebbe nuovamente raccogliersi è “il già martoriato Afghanistan. I talebani già temono l’arrivo dell’Isis”. E quella potrebbe essere la prossima destinazione del conflitto che in Siria sembra avviato verso il suo esaurimento. Più volte il Califfo era stato dato per spacciato. Il 2 dicembre 2012 si sparse la voce che fosse stato catturato a Nord di Baghdad. Il 7 dicembre 2012, lo Stato Islamico dell’Iraq smentì l’arresto del suo “Emiro”. A novembre 2014, fu annunciato da Al Jazeera con fonti irachene che il Califfo era stato ferito e il suo vice Musallam al Turkmani ucciso nel corso di un raid aereo nella notte del 7-8 novembre dalle forze irachene. La notizia non fu però confermata dalle fonti statunitensi. Seguirono altre notizie sul ferimento o la morte di al-Baghdadi. L’ultima in ordine di tempo è la notizia diramata il 21 aprile 2015 dal settimanale statunitense Newsweek che, citando una fonte ufficiale irachena, ha affermato che il Califfo sarebbe stato gravemente ferito in un’azione di bombardamento delle forze americane il 18 marzo 2015 ad A Baaj, nel Governatorato di Ninive, al confine con la Siria. In attesa della sua guarigione, le forze di Daesh sarebbero state guidate ad interim.

Leggi anche:
Mafia Capitale, in 28 rischiano processo anche per estorsione, rapina, usura e finanziamento illecito


Commenti